ragazzi tra qualche ora chiuderò l’ufficio e fino al 22 di agosto sarò in ferie! Inutile dire che la cosa mi rende entusiasta: la settimana prossima sarò ancora a casa perché il mio ragazzo lavora, farò qualche giorno in piscina nel mio paese, qualche giretto per saldi qui a Bologna, un passaggio in fumetteria con una mia cara amica in cerca di manga, uscite con gli amici che non vedo da un po’, qualche immancabile giro in moto…vabbè, ok, la settimana è già consumata. Ah, dimenticavo, andrò a correre la mattina presto e mi allenerò un po’ nelle forme con le armi.
La settimana successiva andremo ad Antalya, in Turchia: un bel viaggetto tutto compreso costato molto poco. Quindi mare, giretti in barca, e tutto il corredo vacanziero.
La settinana dopo, invece, andremo a casa del mio ragazzo al mare, vicino a Maratea. E anche li ciaf ciaf nell’acquetta fresca, tanti libri, uscite coi suoi amici d’infanzia.
E poi di nuovo a casa e si ricomincia, per fortuna solo con uno dei 2 lavori, quindi farò solo mezza giornata! E magari verrò in ufficio in moto così poi andrò a fare qualche puntata in Futa o giù in Toscana dagli amici del motoclub.
Bene…se farò una puntata in ufficio la settimana prossima darò un occhiatina se c’è qualcuno di voi per un saluto.
Se invece non ci fosse nessuno, VI AUGURO FIN DA ORA UNO SPLENDIDO AGOSTO!!!
UN BACIO A TUTTI, MA PROPRIO A TUTTI!!


IN 2 IMMAGINI A CUI TENGO MOLTO..IN ATTESA CHE PUBBLICHINO QUELLE DI ADRIA DEL 23/07!!

CI HO MESSO PURE QUELLA SENZA CASCO, CONTENTI???
di Enrico Oliari - Pride, ottobre 2004
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Recentemente una delegazione di Arcigay, guidata dal presidente Sergio Lo Giudice, ha incontrato a Cuba il ministro dell’educazione Abel Parieto e, a quanto è riferito dall’ufficio stampa dell’associazione, “è stato possibile toccare con mano i primi segni di un rinnovamento culturale e sociale sul tema”.
Lo stesso ministro della cultura “ha ribadito il suo impegno a promuovere in modo attivo i diritti di omosessuali e transessuali e ha invitato Arcigay a partecipare con un proprio intervento al Congresso su cultura e sviluppo che si terrà nella capitale cubana nel giugno 2005”.
La notizia ha del sensazionale, se si pensa che solo un anno prima la stessa Arcigay aveva diffuso un comunicato dal titolo chiaro e deciso “Non si difende Cuba il giorno del gay pride” .
L’atteggiamento di apertura dimostrato da Parietio ha lasciato di stucco Joel Rodriguez, esiliato politico cubano e membro dell’associazione "Unione per le libertà a Cuba", il quale, saputo della visita ufficiale di Arcigay a Cuba, subito si è dato da fare per invitare i gay italiani a non illudersi sulle aperture di Fidel Castro, ritenute da lui solo “manovre pubblicitarie, prive di realtà”.
Le notizie sulla condizione politica e sociale degli omosessuali cubani arrivano confuse ed oscillanti e vedono un giorno riconosciuti i diritti delle persone omosessuali e l’impegno del governo per l’aiuto ai transessuali, un giorno l’applicazione rigida dell’articolo 303 del codice penale, che ancora oggi condanna la “pubblica manifestazione dell’omosessualità”.
La persecuzione dei gay nella Cuba comunista inizia negli anni Sessanta, dopo il consolidamento del regime castrista instaurato nell’isola caraibica e lo stesso dittatore andava affermando che “una deviazione di questa natura si scontra con il concetto che noi abbiamo di come dev’essere un militante comunista.. nessuno ci convincerà mai che un omosessuale possa avere in sé le condizioni e le esigenze di condotta che ne potrebbero fare un vero Rivoluzionario, un vero Comunista militante...”.
L’omosessualità, come in Unione Sovietica, veniva ad essere considerata un problema politico e sanitario ed i gay erano visti come dei controrivoluzionari.
In occasione del primo Congresso di Educazione e Cultura del Partito comunista cubano (PCC), tenutosi nell’aprile del 1971, venne addirittura stabilito, come riportava Granma, l’organo ufficiale del Comitato Centrale del PCC, che “il carattere socialmente patologico delle deviazioni omosessuali va decisamente respinto e prevenuto fin dall’inizio... E’ stata condotta un’analisi profonda delle misure di prevenzione ed educazione da mettersi in effetto contro i focolai esistenti, inclusi il controllo e la scoperta di casi isolati e i vari gradi di infiltrazione... Non si deve più tollerare che omosessuali notori abbiano influenza nella formazione della nostra gioventù... Severe sanzioni siano applicate coloro che corrompono la moralità dei minori, depravati recidivi e irrimediabili elementi antisociali, ecc.”.
Sta di fatto che fu incaricato il procuratore militare generale Ernesto Guevara, detto “el Che” (lo stesso che si trova sulle bandiere e sulle magliette dei militanti che partecipano ai gay pride italiani) di allestire campi di detenzione e di lavoro forzato per gli oppositori politici e fra essi migliaia di omosessuali.
Negli UMAP (“Unidades Militares de Ayuda a la Producción”) vi finirono artisti di spettacolo, poeti e gente di cultura e per gli omosessuali in particolare era riservato un trattamento disumano. Solo nel 1965 i campi ospitavano una popolazione di 45.000 internati.
Pur di rendere “virili” i gay cubani si era addirittura arrivati ad obbligarli ad un addestramento militare durissimo e comunque ad essi era tolto ogni diritto ed ogni tipo di libertà.
Per prevenire la diffusione dell’omosessualità nelle scuole venne addirittura allestito un campo d’internamento per giovani omosessuali di età compresa fra i 12 ed i 15 anni e non ci vuole certo molto ad immaginare quali danni psicologici, oltre che fisici, possano accompagnare oggi i reduci.
Molti omosessuali, specie se “pizzicati” in rapporti d’intimità in luoghi pubblici o se colti nel tentativo di organizzarsi come associazione, furono imprigionati i celle sporche, sovraffollate e dal calore insopportabile, e vennero torturati.
Anche la popolazione era ostile agli omosessuali, al punto che i gay erano denunciati dai vicini di casa e, per essere imprigionati per un tale reato, non occorrevano processi, bastava il sospetto.
Alina Castro è una delle figlie del “Lider Maximo” ed è indubbiamente quella che gli ha portato i maggiori grattacapi. Nel 1993 si è autoesiliata ed è andata a vivere a Miami, dove ha dato vita ad’una intensa attività di opposizione al regime del padre.
Intervistata per Pride, Alina conferma la mancanza di rispetto per i diritti civili a Cuba:
“A Cuba permane una sistematica negazione dei diritti civili. Il governo di mio padre, Fidel Castro, rifiuta ogni genere di trattato e di accordo con l’Europa e con l’America Latina proprio per il fatto che non intende riconoscere i diritti civili. C’è tutt’oggi un’infinità di carcerati politici che soffrono sia psicologicamente che fisicamente. Recentissimamente due di loro sono stati liberati, ma probabilmente si tratta solo di una mossa pubblicitaria. Basti pensare al fatto che non sono permesse nelle carceri cubane visite di organizzazioni impegnate nella lotta per i diritti umani e addirittura della Croce Rossa”.
Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta anche i gay sono stati perseguitati e molti di loro sono stati rinchiusi nei campi UMAP a causa del loro orientamento sessuale…
“Certamente un tempo erano più perseguitati, anche perché esistevano leggi che punivano specificatamente il rapporto omosessuale. I gay erano considerati malati e dei controrivoluzionari. Tuttavia anche oggi sono mal visti e subiscono ogni tipo di discriminazione. A loro, ad esempio, viene negata la tessera del partito, che a Cuba significa la sopravvivenza. Non possono far parte degli “hombres nuevos” e, senza tessera, non hanno diritto al lavoro e alla casa.
Non solo i gay, però, venivano rinchiusi nei campi UMAP, che tecnicamente significa “Unidades Militares de Ayuda a la Producción”, ma anche tutti coloro che venivano considerati dei diversi, come i religiosi, gli oppositori politici, la gente dello spettacolo, gli artisti, i poeti e molti altri. Finivano nei campi UMAP anche molti giovani, solo per il fatto di essere tali”.
Castro sembra tuttavia aprire ai diritti delle persone omosessuali. Recentemente una delegazione dell’associazione italiana Arcigay ha incontrato il ministro della cultura Abel Parieto, che ha lanciato in tal senso segnali di ottimismo…
“Spero davvero che sia così. Mi si conceda però il beneficio del dubbio. Io penso che si tratti solo di una manovra di carattere pubblicitario e quindi non credo in questo tipo di aperture. Il fatto è che il regime castrista basa la propria forza e quindi la propria permanenza su tattiche pubblicitarie, per le quali esiste un vero e proprio apparato burocratico”.
Tempo fa vi era notizia di un’isola sulla quale venivano relegate le persone sieropositive…
“Non si tratta propriamente di un’isola, ma di una località dove, negli anni Novanta, venivano isolate le persone affette da HIV. Nel 1993, quando ho lasciato Cuba, esisteva il “sidatorio”, cioè un lebbrosario per le persone sieropositive. In questo luogo di raccolta esse venivano controllate, ma non potevano godere della libertà. Se uscivano, ad esempio per visitare i parenti, dovevano essere accompagnate minuto per minuto da un “celador”, che generalmente era uno studente di medicina ai primi anni di corso”.
Come vede il futuro dei gay cubani?
“Il futuro dei gay cubani è collegato in modo diretto a quello di tutte le persone perseguitate ancora oggi, come gli oppositori politici, gli artisti o i religiosi. Ci vuole assai poco per finire in prigione a Cuba”.
La testimonianza di Alina Castro va a pari passo con quella di un’altra esiliata politica, quella di Lissette, una cantante molto nota nei paesi latinoamericani.
A Cuba è proibito ascoltare la sua musica, poiché ritenuta una “diserzione ideologica” e quindi un’attività antigovernativa.
Lissette ha molti amici gay cubani ed è in contatto continuo con loro. Alcuni vivono negli Stati Uniti, altri sono ancora a Cuba.
“La situazione dei gay a Cuba è drammatica” racconta, “ho amici che sono stati perseguitati in quanto omosessuali, che sono stati incarcerati. Contro di loro si è usata ogni forma di violenza, da quella psicologica a quella fisica. Un mio amico omosessuale è stato messo in un pozzo tanto stretto da dover rimanere in piedi per ore ed ore”.
Perché a Cuba i gay vengono perseguitati? Non ci sono leggi contro gli atti omosessuali, se vissuti nel privato…
“Al governo cubano non occorrono leggi per agire. Lo stato e la polizia fanno quello che vogliono. Cuba vive in un clima di terrore. Ci sono le “Brigadas de respuestas rapidas” che prendono la gente nelle loro case, per strada e di molti di loro non si sa più nulla. So di ragazzi omosessuali internati nei campi di lavoro forzato, gli UMAP, dove vi rimangono per innumerevoli anni. A Cuba i gay sono ritenuti dei disadattati sociali e tutto quello che può richiamare all’omosessualità, dal modo di vestire alla musica, è vietato e perseguito penalmente. Ovviamente sono vietate anche le forme associative di lotta per i diritti dei gay”.
Che Guevara ha avuto responsabilità nelle persecuzioni contro gli omosessuali?
“Direttamente non so. Ma davvero non capisco come abbia fatto a diventare un’icona per molti giovani europei: ha firmato mazzi di condanne a morte ed è risaputo da tutti essere stato un assassino. So di una volta che uccise un giovane di quattordici anni, solo perché aveva fame ed aveva rubato da mangiare”.
FEROCI CRITICHE DEL NIPOTE DEL CHE
La rivoluzione castrista non fu democratica e, non lo è adesso, attualmente è un volgare capitalismo di stato, chiamato fidelismo, così affermò il nipote del CHE Canek Sanchéz Guevara.
In una lettera e “autointervista” pubblicata ieri dal settimanale messicano Processo Canek criticò energicamente il regime castrista, “Castro è passato da giovane rivoluzionario a vecchio tiranno e, ha falsificato un ideale”.
La rivoluzione ha partorito una borghesia e, apparati repressivi pronti ha difenderla dal popolo, però soprattutto fu antidemocratica per il messianismo di Castro, ha detto.
Nell’intervista Canek smonta uno ad uno i punti che hanno allontanato la rivoluzione dal popolo, come la “criminalizzazione delle differenze” perseguendo omosessuali, hippies, liberi pensatori, sindacalisti e poeti. Al potere si è installata una borghesia socialista fintamente proletaria.
La rivoluzione a Cuba è morta da anni: è stata assassinata da chi l’ha voluta per evitare che li si rivoltasse contro. La burocrazia, la corruzione e la mancanza di libertà hanno fatto il resto.
Tutte le mie critiche a Fidel Castro partono dal fatto che si sia allontanato dei suoi ideali libertari e, ha tradito le attese del popolo. La gran macchina repressiva messa in piedi per preservare lo “stato” sopra le persone, è un orrore.
Il nipote del Che Guevara segnala, che la repressione e, la totale mancanza di libertà d’associarsi nella quale si vive a Cuba, non è altro che un volgare capitalismo di stato, che morirà con Fidél Castro.
“Siamo onesti un giovane rivoluzionario come lo fu Castro, nella Cuba attuale sarebbe fucilato e, non condannato all’esilio come lo fu lui” parole di Canek Guevara.
http://www.cuba.subito.cc/
Sabato io e il mio ragazzo ci siamo fatti mezza giornata ad Adria, pista che a me piace molto in provincia di Rovigo.
Ovviamente ero l’unica ragazza a girare e tutti mi guardavano nè più nè meno che se fossi un marziano, ma poco male, ci sono abituata!!
E ho scoperto di essere proprio una cazzona: finchè giravo e basta scagliavo le marce e le traiettorie, davo delle belle grattate di saponette in tutta rilassatezza. Ma quando ho visto il mio ragazzo sul traguardo che mi teneva i tempi ho comincitao a fare sul serio: sono arrivata spesso al limitatore, tiravo il collo alla mia piccolina, piegavo meno e davo gas prima. ho anche infilato un paio di ragazzi in staccata.
Il mio ragazzo ha concluso con un bel 1.36 come miglior tempo, io con 1.41.
Bella giornata, bella davvero. Ho scoperto la mia anima competitiva e mi è piaciuto. Ora dobbiamo assolutamente comprarci il trasponder: sapendo di essere costantemente cronometrata non escludo di poter tirare giù altri 5/6 secondi. Il che con la moto tutta originale non sarebbe proprio niente male!!
di
Jay Nordlinger

A volte ho la sensazione che Che Guevara sia ritratto su più oggetti di Topolino. Parlo di magliette e simili (ma soprattutto magliette). Un artista ha avuto l’ispirazione di combinarli: ha messo le orecchie di Topolino su Guevara. Non deve piacere molto ai fans di quest’ultimo. Il mondo è inondato da accessori del Che ed è un’offesa continua alla verità, alla ragione e alla giustizia (un bel trio). I cubani-americani rimangono sconcertati da questo fenomeno, come altre persone dotate di un po’ di decenza e di consapevolezza. Una reazione contro la glorificazione del Che esiste, ma è minima se paragonata al fenomeno stesso. Un cambiamento di tendenza contro Che Guevara richiederebbe una rieducazione massiccia, cosa che il vecchio comunista apprezzerebbe molto.
[...]
La nebbia del tempo e la forza dell’anti-anti-comunismo hanno oscurato il vero Che. Chi era costui? Era un rivoluzionario argentino che prestò servizio come tagliagole principale di Castro. Era particolarmente infame perché dirigeva le esecuzioni sommarie a La Cabãna, la fortezza che fungeva da mattatoio. Gli piaceva amministrare il colpo di grazia, il proiettile nella nuca. E amava far sfilare la gente sotto El Paredón, il muro rosso di sangue contro il quale furono uccisi tanti innocenti. Inoltre, istituì il sistema di campi di lavoro dove innumerevoli cittadini – dissidenti, democratici, artisti, omosessuali – soffrivano e morivano. Stiamo parlando del gulag cubano. Uno scrittore cubano-americano, Humberto Fontova, descrisse Guevara come «una combinazione fra Beria e Himmler». Antony Daniels, in vena di spiritosaggini, disse: «La differenza fra [Guevara] e Pol Pot era che [il primo] non aveva studiato a Parigi».
E tuttavia, uno degli uomini più illiberali viene esaltato dai “liberal”. Come Paul Berman recentemente ha riassunto su Slate: «Il Che era un nemico della libertà ed è stato eretto a simbolo della libertà. Ha contribuito ad istituire un sistema sociale ingiusto a Cuba ed è stato eretto a simbolo della giustizia sociale. Si è schierato per le antiche rigidità del pensiero latino-americano in versione marxista-leninista ed è stato esaltato come un libero pensatore e un ribelle».
Quelli che conoscono, o ai quali importa, la verità su Guevara, hanno spesso la tentazione di abbandonarsi alla disperazione. Il sito web del nostro National Institutes of Health lo descrive in questo modo: un «fisico e combattente per la libertà argentino». Guevara era un fisico più o meno come Ceausescu era un chimico. Per quanto riguarda il combattente per la libertà... ancora una volta la tentazione di abbandonarsi alla disperazione è forte.
[...]
Una delle più nauseabonde recenti celebrazioni di Guevara ha avuto la forma di un film, The Motorcycle Diaries, il cui produttore esecutivo era Robert Redford (uno dei più devoti apologeti di Castro che esistono a Hollywood, non so se mi spiego). Al Sundance Festival il film è stato accolto da una standing ovation. Per commentare questa disgustosa agiografia e distorsione, mi limiterò a citare Tony Daniels: «È come se qualcuno facesse un film su Adolf Hitler descrivendolo come un vegetariano che amava gli animali e voleva combattere la disoccupazione. Sarebbe tutto vero, ma piuttosto poco pertinente». Sta per uscire un altro film su Guevara, diretto da Steven Soderbergh. Possiamo immaginarne il contenuto dal materiale pubblicitario: «Combattè per il popolo». Ma certo. Di recente un importante cubano-americano ha pranzato con un attore famoso e potente per discutere la possibilità di fare un film, che raccontasse la verità su Guevara. L’attore era completamente d’accordo, ma diceva che semplicemente non si poteva fare: Hollywood non lo avrebbe permesso.
[...]
Se si chiede ai cubani-americani cosa provano, parleranno subito di Hitler e dei nazisti: nessuno venderebbe o sfoggerebbe gadget che esaltano quelle bestie; che differenza c’è, proporzioni a parte? Otto Reich è un cubano-americano che ha molto riflettuto su questa cosa. È stato funzionario con gli ultimi tre presidenti repubblicani ed è fuggito da Cuba; suo padre era fuggito dall’Austria nazista. Reich dice: «La prima reazione [nel vedere un capo d’abbigliamento con il Che] è la repulsione. Il secondo è più simile alla pietà, perché quelle persone non hanno la più pallida idea di quello che fanno».
Articolo completo.
Link interessante.
Dichiarazione di Marco Cappato, Segretario dell’Associazione Coscioni per la libertà di ricerca scientifica
Negli scorsi giorni sono stati in 152 tra i massimi biologi e medici della riproduzione ad aver sollevato, con una lettera aperta al Presidente Ciampi, il problema della contrarietà della legge 40 alla Costituzione e ai principi di deontologia professionale. In quella lettera, tra le alter domande, i medici chiedevano a Ciampi: “come potersi considerare medici e dovere dire ad una coppia di giovani portatori di talassemia che loro potrebbero sapere, dopo qualche ora dalla fecondazione, se l’embrione è sano o malato e che invece, nel nostro Paese, bisogna restare incinta, aspettare il risultato della villocentesi, quando la gravidanza è giunta a 4 mesi, e soltanto allora, se il feto è malato, potere abortire”.
L’ordinanza di oggi, con la quale il tribunale di Cagliari solleva la questione di legittimità costituzionale del divieto di analisi preimpianto per una coppia di portatori sani di betatalassemia, rappresenta un atto di grande serietà e ragionevolezza.
Infatti, soltanto in base a un grave pregiudizio ideologico – del quale è imbevuta la legge 40 – si potrebbe negare che sia in gioco la tutela della saluta di una donna che era già ricorsa in passato all’aborto di un feto malato e che si trova in condizioni psicologiche critiche. Impedire l’analisi preimpianto sull’embrione significherebbe esporre quella donna al concretissimo rischio di dover affrontare, nel rispetto della legge 194, una nuova interruzione di gravidanza sul fatto.
Mi auguro che la Corte costituzionale voglia aprire la strada alla non-applicazione delle parti più violente e discriminatorie – e, conseguentemente, incostituzionali – già sottolineate nella lettera dei 152 al Presidente Ciampi.
Fonte: Luca Coscioni.it
Inizio da questa frase del povero Carlino per fare una considerazione su alcune iòòagini e notizie che ho visto questa mattina su Rai24News.
Si parte dal Pakistan: scena di donne incappucciate all'inverosimile e di ragazzini che urlavano slogan religiosi, mentre lo speaker racontava dei blitz della polizia alla ricerca del quinto attentatore di Londra, verosimilmente catturato. Hanno intervistato una di queste donne: si lamentava dei metodi della polizia che aveva fatto irruzione nella notte in un centro di preghiera. Ma quello che mi ha colpito della donna è un particolare stupido e insignificante: questa figlia di Allah aveva gli occhiali, ma il burqa era talmente invedente sulla sua faccia che le stanghette erano sospese in un punto non definibile e non certamente corrispondente alle orecchie. Le lenti erano tutte storte e io spero vivamente che per la malcapitata quegli occhiali fossero solo un vezzo estetico, perchè se dovevano avere una qualche funzione pratica o curativa, di certo stavano miseramente fallendo il loro scopo di esistenza!!! E la mente mi è andata alla testimonianza di un'altra donna mussulmana che raccontava di come durante le visite ginecologiche esse debbano essere visitate da vestite, le loro parti intime mai esposte all'analisi dei medici.
Altra scena. New York, manifestazione di ebrei americani contro il ritiro dalla striscia di Gaza. Intervistano un rabbino. Egli sostiene con una convinzione degna di ammirazione che sulla Bibbia c'è scritto che quella terra è la loro, che Dio stesso gliel'ha assegnata e che quindi Sharon non deve cederne nemmeno un pollice perchè non si può andare contro il volere di Dio. E gli stessi israeliani devono continuare a combattere perchè non è loro diritto contravvenire alle istruzioni di Dio. Come si può obiettare una qualunque cosa a chi sostiene con tanta serafica determinazione una cosa del genere? Come ci si può ragionare? Subito dopo hanno dato la parola ad un altro uomo, che ha raccontato la sua esperienza nei campi di sterminio: mandare via i coloni israeliani da quelle terre è un atto "ateo e bolscevico" ha detto lui, nessuno può fare questo.
Poco dopo incontro la notizia del parroco del paesino vicino a Catanzaro che non ha celebrato l'eucarestia durante le esequie funebri di una donna, colpevole di aver convissuto.
Forse io non sono un'illuminata, una di quelle persone fortunate che sono state prescelte dai piani superiori per avere delle pachidermiche certezze, forse il mio animo non è abbastanza puro per comprendere quale immenso dono vado sprecando giorno dopo giorno.
Però io non capisco. Perdonatemi, non capisco come un essere umano che ha infinite possibilità di essere felice e di rendere felice chi lo circonda, di migliorare il mondo, possa invece scegliere di opprimere se stesso e i suoi simili racchiudendosi in un guscio di fanatismo e di privazioni assurde.
Non capisco come la paura della suprema falciatrice, della fine di ogni cosa, possa spingerci ad anticipare su questa terra le sofferenze che nemmeno nel più atroce degli inferni del più sadico degli Dei, potrebbero essere imposte al più perverso dei peccatori.
Ma forse sono io che sono limitata.
Sono stanca. E demotivata. E arrabbiata, a tratti.
Ho due lavori, uno in famiglia e uno che mi piace veramente, nel settore dei mei sogni e del mio hobby principale. Quello in famiglia lo detesto. E’ un lavoro ripetitivo, macchinoso, dove non ho più niente da imparare nè niente da dare. Devo solo eseguire le direttive degli altri. E io odio questo, odio essere solo una mano che batte sul computer i tasti decisi da qualcun altro. Lo trovo frustrante e avvilente. L’altro lavoro..bè, l’ho già detto che è quelo dei miei sogni no? Eppure mi sento un nessuno qualunque. Vengo dopo una ragazza adorata dal capo che se n’è dovuta andare per motivi familiari. Ho ancora la mail col suo nome dopo mesi che sono qui. E nessuno è intenzionata a cambiarla nemmeno dopo le mie ripetute richieste. Dovevo andare in Inghilterra per una gara, e invece ci va la mia collega irlandese. Giustissimo, così poi lei va a casa per le vacanze. Ma le hanno fatto anche i biglietti da visita: io ho fatto tuti gli eventi di questi mesi girando coi foglietti col mio numero di cellulare da dare ai clienti, e a chi mi chiedeva il biglietto da visita dicevo “sa, ho fatto il cambio di borsa e come al solito ho dimenticato metà della roba”, facendo la figura della disorganizzata e sprovveduta. E se c’è una cosa che non sono è disorganizzata!! Forse un pò sprovveduta in certi casi, come quando mi faccio in quattro per finire tutto, e tutti lo danno per scontato perchè mi piacciono le moto. Forse non hanno capito che è molto bello fare un lavoro inerente alla tua passione, ma dal momento che mi piaccono le moto magari preferirei andarci in giro piuttosto che rimanere qui a fare le pratiche private del capo!!
Uno sfogo, niente più, tanto non cambierà nulla, nè di qua nè di là.
C’era una prospettiva: un nuovo lavoro, indipendente, ben pagato, faticoso ma nel quale mi sarei dovuta gestire completamente da sola!
Hanno preso una raccomandata. Sfumato.
E ora sono a 10 giorni dalle ferie e raramente sono stata così angosciata e triste.
Sfioro le lacrime ogni mezz’ora.
E nessuno sa. Nessuno sospetta.
E’ meglio così, devo pur mantenere il mio aplomb di professionalità.
Però sono triste.
"Come si può non rabbrividire per la strage di ventiquattro bambini, ad opera di un altro kamikaze, alla periferia di Bagdad il 13 luglio? Come si può non solidarizzare con le altre decine di vittime dei barbari attentati in Iraq perpetrati da ben 15 terroristi suicidi soltanto nelle ultime 48 ore? Guardiamo in faccia alla realtà: il 95% delle vittime del terrorismo sono iracheni, di cui tre quarti civili e un quarto militari e poliziotti; il 90% delle vittime cadono in attentati terroristici suicidi rivendicati dalla filiale di Al Qaeda diretta dal famigerato Abu Musaab al-Zarqawi; il 90% dei terroristi suicidi sono stranieri, di cui il 55% sono sauditi e il 3% provengono da Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Danimarca.
Ebbene come è possibile continuare a immaginare che questa carneficina di innocenti da parte dell'internazionale del terrore che s'ispira a Osama bin Laden possa essere considerata una «legittima resistenza del popolo iracheno»?"
"Mark Salzman aveva tredici anni quando, dopo aver visto un film per la televisione intitolato "Kung Fu", decise che ciò che più desiderava nella vita erano la pace della mente e la testa rapata. I genitori non gli permisero di rasarsi a zero, ma non esitarono a incoraggiare il suo interesse per l'antica civiltà cinese, comprandogli ogni genere di libri sul "kung fu" e iscrivendolo a una scuola di arti marziali. L'Amore per la Cina non svanì in lui col trascorrere degli anni, lo spinse anzi a imparare la pittura, la calligrafia e la lingua cinese e, subito dopo la laurea a Yale, a ottenere un contratto biennale come insegnante di inglese in una università di Changsha, nella Cina centro-meridionale. Al suo arrivo in Cina, Salzinan viene accolto come una specie di fenomeno. Biondo, occhi azzurri, quando cammina per strada raduna attorno a sé piccole folle incredule: un occidentale che parla cinese, ogni mattina alle cinque si allena in cortile, fa domande impertinenti, accorda pianoforti per vecchie signore, tiene lezioni di inglese assolutamente informali, è uno spettacolo unico per i più oltre che una mina vagante per i burocrati della repubblica popolare. Con la sua comunicativa e la sua "diversità", Mark diventa amico di tutti: professori e contadini, calligrafi e maestri di kung fu, criminali e intellettuali. Soprattutto, diventa amico di Pari Qingfu, "Pugno di ferro", un celebre e venerato maestro di arti marziali che lo prende come allievo e gli insegna a "masticare amaro" e a conoscere i sacrifici e le gioie di un allenamento durissimo. "
E' un libro affascinante, delicato e potente allo stesso tempo, commovente e rivelatore. Un libro aggraziato ed ironico sulla dolcezza e sui controsensi del carattere dei cinesi, sulle loro piccole e grandi manie, e sul modo per sopravvivere egregiamente in Cina, imparando nel frattempo alcune tecniche di kung fu attraverso allenamenti durissimi, che all'occhio di un occidentale profano possono parere immotivati.
Un libro a cui ripenso spesso e che mi ha lasciato tanto, oltre all'accresciuto desiderio di visitare la terra dei draghi.