"ANCHE UN VIAGGIO DI 10.000 MIGLIA INIZIA DA UN PASSO" Lao Tze
Da Kataweb motori:
Le donne iraniane potrebbero avere l'autorizzazione di mettersi alla guida di motociclette, dopo un divieto durato 26 anni. Questa, almeno, l'assicurazione di un alto ufficiale di polizia, con un annuncio riportato dalla stampa iraniana per la cui effettiva applicazione, come in molti altri casi, bisognerà attendere ulteriori conferme.
Secondo il responsabile, Mohsen Ansari, "non è un delitto per le donne andare in moto". Quindi, "possono, come gli uomini, fare un esame per ottenere la patente e guidare la moto, nel rispetto dei valori islamici". Cioè osservando le regole dell'abbigliamento, che le vuole coperte interamente da capo a piedi, e più in generale cercando di non attirare troppo l'attenzione degli uomini.

Già tre anni fa, tuttavia, un'azienda iraniana produttrice di moto, la “Bana”, era stata convinta a cancellare un corso di guida per donne alla quale si erano iscritte ben 4.000 aspiranti centaure in una sola settimana. I dubbi quindi restano, considerato anche il fatto che in Iran sono spesso le consuetudini, e non la legge scritta, a mettere il freno a iniziative simili, al quale le giovani della Repubblica islamica rispondono normalmente con grande entusiasmo.
Testimonianza di questo entusiasmo - e di una notevole voglia di sfidare divieti e convenzioni - era stata nel 2003 l'avventura di due ragazze che, per farsi un giro su una moto prestata da un amico, si erano travestite da maschi. L'epilogo non era stato dei più trionfali. Due coetanei maschi che si erano accorti del travestimento, le avevano sfidate in una gara di velocità e abilità e le due giovani donne erano cadute, per vedersi poi arrestare dalla polizia.
Incidenti di questo genere non hanno impedito alle ragazze di spingere sempre più in là il limite dei divertimenti e degli sport consentiti negli ultimi anni, oltre che dei mestieri un tempo riservati ai soli uomini. Sono decine quelle che partecipano ai rally automobilistici, mentre negli ultimi tempi si sono moltiplicati i taxi collettivi riservati al solo sesso femminile e guidati da donne. Così come qualche donna ha preso servizio come conducente di autobus.
Una battaglia quasi leggendaria fu poi quella combattuta a metà degli anni '90 da Faezeh Hashemi, presidente della Federazione sportiva femminile e figlia dell'ex presidente pragmatico Akbar Hashemi Rafsanjani, perchè fosse garantito alle ragazze il diritto di andare in bicicletta. Alcuni gruppi integralisti arrivarono ad aggredire fisicamente giovani donne sulle due ruote in un parco di Teheran, e ad insultare la stessa Faezeh.
Oggi l'uso della bicicletta è consentito alle ragazze, che però se ne servono praticamente solo in qualche parco con piste ciclabili, come del resto gli uomini. Al pericolo di incontrare qualche fondamentalista difensore della moralità islamica, infatti, si aggiunge quello ancora più concreto di fare una brutta fine nel traffico caotico e indisciplinato di Teheran, su strade segnate da buche profonde.
La mia più sincera solidarietà a tutte le temerarie che avranno il coraggio di sfidare gli ayatollah e di salire in sella, anche se mi devono spiegare come fai ad andare in moto con la gonnellone lunga fino ai piedi!!
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La Repubblica-Affari&Finanza |
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Nell'Isola di Reunion in Africa.
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Un cane vivo intrappolato ad un amo appeso ad una lenza, trasformata in trappola mortale. E’ questa una delle raccapriccianti immagini del video che ha fatto il giro del mondo attraverso la Rete, scioccando animalisti e non. Nell’isola di Reunion, una triste tradizione vede impiegare il migliore amico dell’uomo nella pesca allo squalo. L’animale viene infilzato per il muso ad enormi ganci acuminati e gettato in mare ad attendere la morte tra indicibili sofferenze. La Repubblica-Affari&Finanza |
Riprende, dopo l'estate, il tanto atteso serial: "Il Satana Occidentale (Amerikano, per lo più), e la disgregazione della società civile"...
La rivolta delle donne curde: cacciamo di casa i mariti violenti
La libertà costa e i mariti di Suleimaniya, fiorente capitale del territori nord orientali del Kurdistan iracheno, incominciano a scoprirlo. Chiedetelo a Said, Abdullah, Rostem e a decine d'altri padri di famiglia ritrovatisi a far la vita da barboni, senza più nemmeno una casa. Loro ne sanno qualcosa. Ai tempi di Saddam c'era tanta paura, ma anche qualche certezza. Tra le mura di casa donne e figli obbedivano sempre, mariti e padri non dovevano spiegazioni a chicchessia e a buttarti fuori di casa potevano arrivare solo i gendarmi del raìs.
Oggi le donne curde hanno incominciato a guadagnare. E anche a pretendere. Così a tirarti un calcio nel sedere e a buttarti fuori di casa sono mogli e figlie. Lo sanno bene Said, Abdullah, Rostem e la piccola schiera di ex mariti senzatetto con cui dividono i giardinetti e i piazzali delle moschee. «Che Dio abbia pietà degli uomini con una cattiva moglie», ripete sempre Rostem Hama Murad. In quella preghiera c'è soprattutto una supplica per se stesso. A sessant'anni e passa gli son rimaste solo le diagnosi di diabete e ipertensione assieme ad un mosaico di ricette per medicine che non si può più permettere.
Le tiene allineate davanti al giaciglio di cartone. Sono il tatzebao della sua disperazione. «A mettermi sulla strada è stata la mia cattiva moglie, quando ha scoperto che ero malato e non potevo più guadagnare mi ha buttato fuori di casa». Al 56enne Said Muhammad, due cartoni più in là, è andata anche peggio. Lui ha subito la rivolta di consorte e figli. Una coalizione che alla fine l'ha sconfitto e ridotto sul lastrico. «E chi se lo sarebbe mai aspettato – borbotta – un tempo non mi mancava niente, quand'ero giovane moglie e figli mi rispettavano, oggi l'unico che mi vuol bene è il mio ultimo figlio. Ha sedici anni ed è stato l'unico a cercar di tenermi in casa, ma anche di lui mi è rimasta solo una foto».
A casa del signor Mohammed è tutta un'altra musica. «Ha avuto solo quello che si meritava – ripete la moglie spietata –, i tempi sono cambiati e io mi sono stufata di fargli da schiava... quand'ero giovane lui si faceva gli affari suoi e non mi portava un briciolo di rispetto, adesso è vecchio e pretende che gli faccia da schiava, ma perché dovrei farlo?».
La ventata di femminismo che anima la capitale curda è un po' il frutto del benessere e un po' la conseguenza dell'approccio liberale delle genti curde all'islamismo. Le moschee il venerdì sono piene, ma nelle strade veli e manti neri son molto meno diffusi che nelle città sunnite. E dopo la guerra le donne curde impiegate in uffici pubblici e compagnie private hanno scoperto, oltre al piacere di uscire, spendere e divertirsi, anche quello di liberarsi del marito.
Sergul Yousif, impiegata 45enne, non nasconde di essersi vendicata per i torti subiti 25 anni prima. «Mio marito quando era giovane aveva un sacco di soldi e gli piaceva divertirsi... ma senza di me. Se ne andava e non tornava a casa per un mese. Un giorno mi disse che andava a stare a Bagdad perché gli affari erano più facili. Io rimasi qui ad aspettarlo con i figli e lui si dimenticava perfino di mandarmi i soldi. A quel tempo non potevi cambiare le regole... ma oggi è diverso. Lui ormai è vecchio, s'è mangiato tutto e pretenderebbe di vivere con i miei soldi.Così l'ho mandato a quel paese e gli ho chiuso la porta in faccia».
E anche per chi non finisce sul marciapiede il nuovo potere femminile di Suleimaniya ha la sua gogna. Ne sa qualcosa Abdullah Maroof, 49 anni, rimasto solo e infelice nonostante i buoni affari del suo negozio di vestiti. «Prima mi ha buttato fuori e poi mi ha fatto il vuoto attorno mettendomi contro i figli e le loro famiglie. Certo mangio a pranzo e cena, ho trovato un nuovo appartamento, ma la mia casa è vuota. Lei mi ha distrutto la vita e mi ha fatto il vuoto attorno.Sono un uomo senza più nessuno. Lei ha cancellato la mia vita».
Gian Micalessin