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"Tu ora conosci le arti della lotta, Elektra, ma non hai la pace... C'è un luogo, dove uomini che sono più che uomini riposano e studiano... Dove guerrieri di un nobile ordine hanno raggiunto la totale pace dello spirito. Ma non lo troverai, a meno che tu non vaghi senza meta, senza speranza.. Finchè involontariamente non vi perverrai..." ". .E scalerai un muro che non può essere scalato"

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venerdì, 17 febbraio 2006

ITALIA 2006

(ANSA) - ROMA, 17 feb - E' meno grave lo stupro di una minorenne, se la vittima, anche se di appena 14 anni, ha gia' 'avuto rapporti sessuali'. Lo ha stabilito la Terza sezione penale della Cassazione, secondo cui e' lecito ritenere che i danni subiti siano piu' lievi in chi ha gia' avuto rapporti con altri uomini. 'La sua personalita' dal punto di vista sessuale, spiegano gli 'ermellini', e' molto piu' sviluppata di quanto ci si puo' normalmente aspettare da una ragazza della sua eta''.

ALGERIA, 2006
Riassunto da “Il Giornale” di oggi: alcune ragazze algerine in procinto di sposarsi si sono viste richiedere dagli ufficiali di stato civile il certificato di “illibatezza”, affinché potesse essere dato il nulla osta al matrimonio. Nei giornali di annunci di quel paese si leggono con sempre più frequenza annunci di uomini che cercano mogli “vergini”, “velate”, “sottomesse”, e “proprietarie di una casa”...

(Ripreso da Sulfureo)
Benvenuti nel Medioevo prossimo venturo. Da questa sentenza vergognosa ed infame appare evidente che la tendenza sia quella di considerare il reato di stupro non come un delitto contro la persona, ma semplicemente un reato contro l’imene.
L’imene non c’è più, il reato viene depenalizzato.
Cioè, si sostiene che io, sposata e divorziata, e con qualche storia alle spalle, se vengo violentata che vuoi che sia, tanto l’avevi già fatto.
Che cosa, signori impellicciati di tanto ermellino? Cos’è che avrei già fatto? Avrei osato usare la mia sessualità consapevolmente e consenzientemente, per amore o per pura vita, ma sempre per libera scelta, e felice, prima che un delinquente venisse ad usurparmela con la forza? Mi verrebbe di esser volgare, se non fosse che sono ospite e non sono esattamente a casa mia. Mi verrebbe di dire a questi signori di stare più attenti alle proprie mogli, già che ci sono, e se si ricordano di averle, e mi verrebbe di chiedere loro da quale testo di Kramer & Sprenger hanno dedotto la conclusione che la donna è a disposizione del primo lordo maniaco zozzo delinquente, una volta che abbia perso la sua imenità. Mi verrebbe da chiedere loro quali testi hanno consultato, oltre alle squallide riviste porno su cui è lecito pensare che gli scappi qualche sbirciatina, e se mai si siano posti il problema che lo stupro è a tutti gli effetti un omicidio, l’omicidio dell’anima.

E anche solo dal rigido e freddo punto di vista legale, è ammissibile un tale relativismo nella legge? Perché se è lecito dire che uno stupro è meno stupro se la ragazzina non era più illibata, allora potrebbe essere meno stupro pure se quel poveretto non s*****a da anni, porello, in fondo non era cattivo, è che non ce la faceva più... e allora un omicidio è meno omicidio se quello che lo compie era più incazzato di un altro, o magari un terrorista è meno terrorista di un altro perché l’hanno offeso da piccolo...

Elektra, tu impugna la tua arma bianca di cui sei esperta, io vado a caricare la mia pistola.

postato da: squitto alle ore 21:55 | link | commenti (45) | commenti (45) (popup) |
categorie: donne, avvenimenti, considerazioni sociali, legittima difesa
giovedì, 09 febbraio 2006

Ieri sera ne L'infedele, si confrontavano alcuni giornalisti ed opinionisti di varie provenienze, sulla questione delle vignette.

Ne ho visto solo l'ultima parte, di ritorno da una dura serata in palestra.

Mi ha particolarmente colpito la frase del presidente dell'associazione culturale islamica di Milano, di cui, mi scuso,ma non ricordo il nome.

Si stava discutendo dei diversi concetti di libertà di espressione e degli eventuali limiti che questa dovesse avere per non sfociare in offese gratuite.

Nel momento in cui Lerner gli ha chiesto cosa ne pensasse dei due giornalisti incarcerati in Giordania per aver pubblicato le famose vignette su Maometto, lui ha risposto "Ecco, appunto, vedete?Nei paesi mussulmani lo stato ha il potere di intervenire in questo tipo di situazioni e si risolve tutto in fretta: se una cosa non si può pubblicare perchè è offensiva per la religione ed un giornalista la pubblica comunque, lo stato lo arresta."

Lerner era esterrefatto: aveva posto la domanda con evidente tono provocatorio per evidenziare l'incongruenza delle opinioni dell'intervenuto, che sosteneva che in realtà nessuno chiedeva che si sopprimesse la libertà di stampa. Si sarebbe aspettato un minimo di condanna per la sorte subita dai due giornalisti giordani, un tentativo di giustificare o spiegare la cosa, e non certo una così smaccata approvazione della repressione, come se fosse una cosa perfettamente normale: tu parli contro la religione e lo stato ti arresta!

E' esploso con un "evviva la Danimarca allora, me lo lasci dire!".

E l'altro rideva...."è che voi non capite la psicologia dei mussulmani ed i mussulmani non capiscono come mai lo stato danese non abbia subito risolto la cosa!"

 

 

Eh si, mi sa che davvero non ancora non capiamo la psicologia dei mussulmani!!

postato da: elektraNatchios alle ore 14:26 | link | commenti (20) | commenti (20) (popup) |
categorie: politica, religioni, islam, considerazioni sociali
domenica, 25 dicembre 2005

La caccia alle streghe



"Mamma mi seviziava, ero poco musulmana"

Una ragazzina egiziana si è confidata con una delle sue insegnanti, all'Istituto Professionale Pietro Sraffa, a Brescia. Nura aspettava soltanto di potersi confidare con qualcuno, ed ha accettato la mano tesa della sua insegnante per abbattere la diga di riservatezza che aveva costruito per difendere se stessa, la sua famiglia e la sua religione. Storie di umiliazioni, maltrattamenti e sevizie, di un'educazione rigidissima secondo i dettami dell'Islam. Nura ha raccontato di essere stata punita dalla madre perché indossava un paio di jeans a vita bassa, che lasciavano scoperto un lembo di pelle. La madre ha segnato questo lembo di pelle con un coltello da cucina arroventato, marchiando la figlia sul fianco. Il referto medico, stilato al Pronto Soccorso di Brescia, riferisce di "ustione di secondo grado sulla parte alta del gluteo destro eseguita con un corpo contundente incandescente lungo 15 cm e largo 3 cm." La ragazza ha inoltre riferito che la madre non vuole che parli con i ragazzi, neppure i compagni di scuola e neppure per telefono. Se disobbedisce, la picchia, anche col manico della scopa. "Mi proibisce di andare a letto e mi costringe a stare in ginocchio, con mani e piedi legati con cavi elettrici". Se la sorprende al telefono con un amico, le strappa l'apparecchio di mano e la picchia. Tra i vari episodi raccontati,  questo: un giorno, la madre, venuta a sapere che la figlia era rimasta in città a passeggiare con un amico, la prese a sberle e la minacciò con un coltello (lasciandole una cicatrice sulla spalla), poi la trascinò da un ginecologo e si tranquillizzò solo quando seppe che la ragazzina era ancora vergine.
La ragazza vive con la madre e con il fratello in un appartamento a sud di Brescia; il padre vive in Egitto con un'altra famiglia.
Da una settimana, cioè da dopo la confessione, la ragazza è stata affidata per ordine del Tribunale dei Minori ad una struttura protetta in attesa che le indagini vengano completate.

(Fonte: "Il Giornale", sabato 24.12.2005, articolo originale di Stefano Filippi)

Probabilmente questo è un episodio estremo di cui, più che nell'Islam, devono essere ricercate le radici nella psicopatologia. Ciò non toglie però che il controllo debba essere alto, perché episodi di questo genere devono essere duramente condannati da uno Stato Democratico e Liberale. Se l'eradicazione dalla propria cultura e la disperazione hanno portato questa donna ad infierire sulla figlia in questo modo, lo Stato è chiamato ad aiutare entrambe; ma mi domando dove sia questo "padre" che vive in Egitto con un'altra famiglia, e che senso di responsabilità abbia nei confronti delle donne che ha usato, perché solo la parola "usato" mi viene da pronunciare... E se invece questa madre ha agito nella piena consapevolezza e ha liberamente scelto con convinzione di applicare questi metodi alla figlia, mi chiedo, come possiamo noi, genitori, insegnanti, liberi pensatori in libero stato, chiudere gli occhi e girarci dall'altra parte, tollerando soprusi commessi nel nostro Paese in nome di una "cultura" diversa, che non ci appartiene, e i cui metodi e principi nel nostro ordinamento sono reati?
UPDATE e piccola aggiunta: Madri snaturate esistono in ogni parte del pianeta. Ma quello che mi preoccupa è che in casi come questo la violenza, pur se e quando abbia motivazioni patologiche, trova fertile terreno nella giustificazione religiosa, al punto che pare di assistere ad un compiacimento al sadismo e ad una sua istituzionalizzazione.
postato da: squitto alle ore 23:12 | link | commenti (31) | commenti (31) (popup) |
categorie: donne, islam, considerazioni sociali
sabato, 01 ottobre 2005

La nefanda mano dell'occidente...

Riprende, dopo l'estate, il tanto atteso serial: "Il Satana Occidentale (Amerikano, per lo più), e la disgregazione della società civile"...

La rivolta delle donne curde: cacciamo di casa i mariti violenti
La libertà costa e i mariti di Suleimaniya, fiorente capitale del territori nord orientali del Kurdistan iracheno, incominciano a scoprirlo. Chiedetelo a Said, Abdullah, Rostem e a decine d'altri padri di famiglia ritrovatisi a far la vita da barboni, senza più nemmeno una casa. Loro ne sanno qualcosa. Ai tempi di Saddam c'era tanta paura, ma anche qualche certezza. Tra le mura di casa donne e figli obbedivano sempre, mariti e padri non dovevano spiegazioni a chicchessia e a buttarti fuori di casa potevano arrivare solo i gendarmi del raìs.
Oggi le donne curde hanno incominciato a guadagnare. E anche a pretendere. Così a tirarti un calcio nel sedere e a buttarti fuori di casa sono mogli e figlie. Lo sanno bene Said, Abdullah, Rostem e la piccola schiera di ex mariti senzatetto con cui dividono i giardinetti e i piazzali delle moschee. «Che Dio abbia pietà degli uomini con una cattiva moglie», ripete sempre Rostem Hama Murad. In quella preghiera c'è soprattutto una supplica per se stesso.  A sessant'anni e passa gli son rimaste solo le diagnosi di diabete e ipertensione assieme ad un mosaico di ricette per medicine che non si può più permettere.
Le tiene allineate davanti al giaciglio di cartone. Sono il tatzebao della sua disperazione. «A mettermi sulla strada è stata la mia cattiva moglie, quando ha scoperto che ero malato e non potevo più guadagnare mi ha buttato fuori di casa». Al 56enne Said Muhammad, due cartoni più in là, è andata anche peggio. Lui ha subito la rivolta di consorte e figli. Una coalizione che alla fine l'ha sconfitto e ridotto sul lastrico. «E chi se lo sarebbe mai aspettato – borbotta – un tempo non mi mancava niente, quand'ero giovane moglie e figli mi rispettavano, oggi l'unico che mi vuol bene è il mio ultimo figlio. Ha sedici anni ed è stato l'unico a cercar di tenermi in casa, ma anche di lui mi è rimasta solo una foto».
A casa del signor Mohammed è tutta un'altra musica. «Ha avuto solo quello che si meritava – ripete la moglie spietata –, i tempi sono cambiati e io mi sono stufata di fargli da schiava... quand'ero giovane lui si faceva gli affari suoi e non mi portava un briciolo di rispetto, adesso è vecchio e pretende che gli faccia da schiava, ma perché dovrei farlo?».
La ventata di femminismo che anima la capitale curda è un po' il frutto del benessere e un po' la conseguenza dell'approccio liberale delle genti curde all'islamismo. Le moschee il venerdì sono piene, ma nelle strade veli e manti neri son molto meno diffusi che nelle città sunnite. E dopo la guerra le donne curde impiegate in uffici pubblici e compagnie private hanno scoperto, oltre al piacere di uscire, spendere e divertirsi, anche quello di liberarsi del marito.
Sergul Yousif, impiegata 45enne, non nasconde di essersi vendicata per i torti subiti 25 anni prima. «Mio marito quando era giovane aveva un sacco di soldi e gli piaceva divertirsi... ma senza di me. Se ne andava e non tornava a casa per un mese. Un giorno mi disse che andava a stare a Bagdad perché gli affari erano più facili. Io rimasi qui ad aspettarlo con i figli e lui si dimenticava perfino di mandarmi i soldi. A quel tempo non potevi cambiare le regole... ma oggi è diverso. Lui ormai è vecchio, s'è mangiato tutto e pretenderebbe di vivere con i miei soldi.Così l'ho mandato a quel paese e gli ho chiuso la porta in faccia».
E anche per chi non finisce sul marciapiede il nuovo potere femminile di Suleimaniya ha la sua gogna. Ne sa qualcosa Abdullah Maroof, 49 anni, rimasto solo e infelice nonostante i buoni affari del suo negozio di vestiti. «Prima mi ha buttato fuori e poi mi ha fatto il vuoto attorno mettendomi contro i figli e le loro famiglie. Certo mangio a pranzo e cena, ho trovato un nuovo appartamento, ma la mia casa è vuota. Lei mi ha distrutto la vita e mi ha fatto il vuoto attorno.Sono un uomo senza più nessuno. Lei ha cancellato la mia vita».
Gian Micalessin

postato da: squitto alle ore 21:04 | link | commenti (34) | commenti (34) (popup) |
categorie: donne, avvenimenti, religioni, islam, considerazioni sociali, studi sociali
giovedì, 15 settembre 2005

DONNA AL VOLANTE, PERCOLO COSTANTE?

Non certo in Arabia Saudita!!

Un esponente del governo aveva tentato, qualche giorno fa, di introdurre il "diritto di guida" per le donne arabe.

Com'era del tutto prevedibile, la proposta ha suscitato un coro di voci indignate che gridavano allo scempio della religione e della morale, le voci dei vari capi spirituali, capi tribù ed esponenti di famiglie in vista.

Com'era anche questo prevdibile, il povero parlamentare ha ritirato zitto zitto la sua proposta, probabilmente dandosi del coglione.

C'è bisogno di commentare? C'è qualcuno che di fronte a queste manifestazioni di barbarie ed inciviltà ancora può osare paragonare la cultura isalmica alla nostra? Se c'è, immagino siano uomini, perchè nessuna donna sana di mente potrebbe non sentirsi solidale con le sue simili la cui unica colpa è stata quella di nascere in una terra di repressi sessuali ossessionati dal potere perverso che la femminilità potrebbe esercitare sulle loro fragili ed instabili menti!!

Ed in fondo, il diritto alla guida è ben poca cosa se paragonato a quello di avere un'assistenza sanitaria deguata, il diritto di voto, il diritto di possedere beni e di amministrarli, il diritto di lavorare, di ricevere un'istruzione.

 

ANIMALI DA MONTA, ECCO COSA SONO LE DONNE PER LORO.

MA CHI SONO LE VERE BESTIE?

 

 

postato da: elektraNatchios alle ore 10:43 | link | commenti (68) | commenti (68) (popup) |
categorie: donne, islam, considerazioni sociali
domenica, 24 luglio 2005

Che Guevara Horror Picture Show

di Jay Nordlinger

Che Biz A volte ho la sensazione che Che Guevara sia ritratto su più oggetti di Topolino. Parlo di magliette e simili (ma soprattutto magliette). Un artista ha avuto l’ispirazione di combinarli: ha messo le orecchie di Topolino su Guevara. Non deve piacere molto ai fans di quest’ultimo. Il mondo è inondato da accessori del Che ed è un’offesa continua alla verità, alla ragione e alla giustizia (un bel trio). I cubani-americani rimangono sconcertati da questo fenomeno, come altre persone dotate di un po’ di decenza e di consapevolezza. Una reazione contro la glorificazione del Che esiste, ma è minima se paragonata al fenomeno stesso. Un cambiamento di tendenza contro Che Guevara richiederebbe una rieducazione massiccia, cosa che il vecchio comunista apprezzerebbe molto.
[...]
 La nebbia del tempo e la forza dell’anti-anti-comunismo hanno oscurato il vero Che. Chi era costui? Era un rivoluzionario argentino che prestò servizio come tagliagole principale di Castro. Era particolarmente infame perché dirigeva le esecuzioni sommarie a La Cabãna, la fortezza che fungeva da mattatoio. Gli piaceva amministrare il colpo di grazia, il proiettile nella nuca. E amava far sfilare la gente sotto El Paredón, il muro rosso di sangue contro il quale furono uccisi tanti innocenti. Inoltre, istituì il sistema di campi di lavoro dove innumerevoli cittadini – dissidenti, democratici, artisti, omosessuali – soffrivano e morivano. Stiamo parlando del gulag cubano. Uno scrittore cubano-americano, Humberto Fontova, descrisse Guevara come «una combinazione fra Beria e Himmler». Antony Daniels, in vena di spiritosaggini, disse: «La differenza fra [Guevara] e Pol Pot era che [il primo] non aveva studiato a Parigi».

E tuttavia, uno degli uomini più illiberali viene esaltato dai “liberal”. Come Paul Berman recentemente ha riassunto su Slate: «Il Che era un nemico della libertà ed è stato eretto a simbolo della libertà. Ha contribuito ad istituire un sistema sociale ingiusto a Cuba ed è stato eretto a simbolo della giustizia sociale. Si è schierato per le antiche rigidità del pensiero latino-americano in versione marxista-leninista ed è stato esaltato come un libero pensatore e un ribelle».

Quelli che conoscono, o ai quali importa, la verità su Guevara, hanno spesso la tentazione di abbandonarsi alla disperazione. Il sito web del nostro National Institutes of Health lo descrive in questo modo: un «fisico e combattente per la libertà argentino». Guevara era un fisico più o meno come Ceausescu era un chimico. Per quanto riguarda il combattente per la libertà... ancora una volta la tentazione di abbandonarsi alla disperazione è forte.
[...]
 Una delle più nauseabonde recenti celebrazioni di Guevara ha avuto la forma di un film, The Motorcycle Diaries, il cui produttore esecutivo era Robert Redford (uno dei più devoti apologeti di Castro che esistono a Hollywood, non so se mi spiego). Al Sundance Festival il film è stato accolto da una standing ovation. Per commentare questa disgustosa agiografia e distorsione, mi limiterò a citare Tony Daniels: «È come se qualcuno facesse un film su Adolf Hitler descrivendolo come un vegetariano che amava gli animali e voleva combattere la disoccupazione. Sarebbe tutto vero, ma piuttosto poco pertinente». Sta per uscire un altro film su Guevara, diretto da Steven Soderbergh. Possiamo immaginarne il contenuto dal materiale pubblicitario: «Combattè per il popolo». Ma certo. Di recente un importante cubano-americano ha pranzato con un attore famoso e potente per discutere la possibilità di fare un film, che raccontasse la verità su Guevara. L’attore era completamente d’accordo, ma diceva che semplicemente non si poteva fare: Hollywood non lo avrebbe permesso.
[...]
 Se si chiede ai cubani-americani cosa provano, parleranno subito di Hitler e dei nazisti: nessuno venderebbe o sfoggerebbe gadget che esaltano quelle bestie; che differenza c’è, proporzioni a parte? Otto Reich è un cubano-americano che ha molto riflettuto su questa cosa. È stato funzionario con gli ultimi tre presidenti repubblicani ed è fuggito da Cuba; suo padre era fuggito dall’Austria nazista. Reich dice: «La prima reazione [nel vedere un capo d’abbigliamento con il Che] è la repulsione. Il secondo è più simile alla pietà, perché quelle persone non hanno la più pallida idea di quello che fanno».

Articolo completo.
Link interessante.
postato da: grendel00 alle ore 18:31 | link | commenti (67) | commenti (67) (popup) |
categorie: politica, considerazioni sociali
venerdì, 15 luglio 2005

COSI' IL CHE E' DIVENTATO IL LOGO DEL CAPITALISMO - articolino interessante dal Corriere.


«La sua faccia è su magliette e accendini, ma molti fan ignorano i misfatti del guerrigliero. Che ordinò centinaia di esecuzioni...»

Dopo aver fatto così tanto (o così poco?) per distruggere il capitalismo, Che Guevara è diventato un marchio che è la quintessenza del capitalismo stesso. La sua immagine compare su tazze, berretti, accendini, portachiavi, portafogli, bandane, top, blue jeans, confezioni di tè alle erbe e, naturalmente, sulle immancabili t-shirt con la fotografia di Alberto Korda che ritrae l’idolo socialista con il berretto nei primi anni della rivoluzione, l’immagine che a 38 anni dalla morte del Che è ancora il simbolo dello chic rivoluzionario (o capitalista?). Sean O’Hagan ha scritto sull’ Observer che esiste persino un detersivo in polvere con lo slogan «Il Che lava più bianco».
Dei prodotti del Che si occupano grandi corporation e piccole ditte,come la Burlington Coat Factory, nel cui spot tv figura un ragazzo in abiti da lavoro e t-shirt del Che, o la Flamingo’s Boutique di Union City, nel New Jersey: il proprietario ha arginato la furia degli esuli cubani locali ricorrendo all’imbattibile argomento del «vendo qualsiasi cosa la gente desideri comprare». Neanche i rivoluzionari sono immuni dalla frenesia del mercato: The Che Store, il negozio del Che su Internet, soddisferà «tutte le vostre esigenze rivoluzionarie»; il giornalista italiano Gianni Minà ha venduto a Robert Redford i diritti del film ispirato al diario del viaggio che il giovane Che fece in Sudamerica nel 1952, in cambio del permesso di accedere al set, sul quale ha potuto girare un proprio documentario. Per non parlare di Alberto Granado, che accompagnò il Che in quel viaggio e oggi fa da consulente ai documentaristi mentre - come riporta El País - tra vino della Rioja e magret d’anatra si lamenta da Madrid di non poter riscuotere i diritti per colpa dell’embargo americano contro Cuba. (...)
La trasformazione di Che Guevara in un marchio capitalista non è nuova ma il marchio ha conosciuto un revival piuttosto significativo, poiché giunge anni dopo il collasso politico e ideologico di tutto ciò che Guevara ha rappresentato. Una ripresa insperata, dovuta principalmente a I diari della motocicletta , il film prodotto da Robert Redford e diretto da Walter Salles. (...) Per l’esattezza, questo ritorno di fiamma è iniziato nel 1997, quando, nel trentesimo anniversario della morte del Che, sono comparse nelle librerie cinque biografie e sono stati rinvenuti i resti di Guevara nei pressi di una pista dell’aeroporto boliviano di Vallegrande, in seguito alle rivelazioni fatte, con particolare tempismo, da un generale boliviano in pensione. L’anniversario ha richiamato l’attenzione sulla celebre fotografia di Freddy Alborta al cadavere del Che steso su un tavolo, romantico come il Cristo dipinto da Mantegna.
È normale che i fedeli di un culto non conoscano la verità storica sul loro eroe. Non sorprende che gli attuali seguaci di Che Guevara, i suoi nuovi ammiratori postcomunisti, si autoingannino aggrappandosi a un mito - eccezion fatta per i giovani argentini, che hanno coniato l’espressione: «Tengo una remera del Che y no sé por qué», «Ho una maglietta del Che e non so perché».
Pensiamo a quanti hanno recentemente brandito o invocato il volto del Che come icona di giustizia e di ribellione agli abusi del potere. In Libano, i dimostranti che protestavano contro la Siria sulla tomba del primo ministro Rafiq Hariri portavano l’immagine del Che. Thierry Henry, un calciatore francese che gioca nell’Arsenal, in Inghilterra, si è presentato a un megagalà organizzato dalla Fifa, la federazione calcistica mondiale, indossando una t-shirt del Che. In una recente recensione del film La terra dei morti viventi di George A. Romero pubblicata sul New York Times , Manohla Dargis ha scritto: «Lo choc maggiore è la trasformazione di un nero zombie in un retto leader rivoluzionario». E ha aggiunto: «Immagino che il Che viva, dopo tutto».
In un viaggio in Venezuela, nel corso del quale ha incontrato Hugo Chávez, il campione di calcio Maradona ha esibito un emblematico tatuaggio del Che sul braccio destro. A Stavropol, nel sud della Russia, i manifestanti che denunciavano le concessioni statali a pagamento hanno raggiunto la piazza centrale sventolando bandiere del Che. A San Francisco, la leggendaria City Light Books, tempio della letteratura beat, offre ai visitatori una sezione dedicata all’America latina, nella quale metà degli scaffali regge libri sul Che. José Luis Montoya, un poliziotto messicano che combatte il traffico di droga a Mexicali, indossa un fazzoletto del Che perché lo fa sentire più forte. Nel campo profughi di Dheisheh, in Cisgiordania, i manifesti del Che decorano una parete che celebra l’Intifada. (...) Espressioni del nuovo culto del Che sono ovunque. Ancora una volta, il mito attrae persone la cui causa rappresenta l’esatto opposto di ciò che era Guevara. (...)
Nel gennaio 1957, come indicato nel diario della Sierra Maestra, Guevara sparò a Eutimio Guerra, sospettato di aver rivelato delle informazioni: «Ho risolto il problema con una calibro 32, nella parte destra del cervello... Ciò che apparteneva a lui ora era mio». Più tardi sparò ad Aristidio, un contadino che aveva espresso il desiderio di ritirarsi appena i ribelli si fossero spostati. E mentre si domandava se la vittima «fosse colpevole al punto da meritare la morte», non esitava a ordinare l’uccisione di Echevarría, fratello di un compagno, colpevole di crimini imprecisati: «Doveva pagare». In altre occasioni simulava le esecuzioni senza portarle a termine, una forma di tortura psicologica. Luis Guardia e Pedro Corzo, due ricercatori della Florida che stanno lavorando a un documentario su Guevara, hanno ottenuto la testimonianza di Jaime Costa Vázquez, un ex comandante dell’esercito rivoluzionario noto come «El Catalán», secondo il quale molte delle esecuzioni attribuite a Ramiro Valdés, futuro ministro degli Interni cubano, sono invece direttamente imputabili a Guevara, perché sulle montagne Valdés ne eseguiva gli ordini. «In caso di dubbio, uccidete», era la direttiva del Che.
Alla vigilia della vittoria, secondo Costa, il Che avrebbe ordinato l’esecuzione di una ventina di persone a Santa Clara, al centro di Cuba. Alcuni furono uccisi in un hotel, come ha scritto Marcelo Fernándes-Zayas, altro ex rivoluzionario poi diventato giornalista, precisando che tra gli uccisi, i casquitos, c’erano contadini che si erano uniti all’esercito solo per non restare disoccupati. Eppure, la «macchina che uccideva a sangue freddo» non mostrò appieno la sua ferocia finché, immediatamente dopo il crollo del regime di Batista, Castro gli affidò la direzione del carcere di La Cabaña. (Castro aveva un talento innato nello scegliere le persone adatte a proteggere la rivoluzione dall’infezione). San Carlos de La Cabaña era una fortezza di pietra utilizzata nel XVIII secolo per difendere l’Avana dai pirati inglesi; più tardi divenne una caserma militare. Guevara ne fu direttore nella prima metà del 1959, in uno dei periodi più neri della rivoluzione. José Vilasuso, avvocato e professore alla Universidad Interamericana de Bayamón di Porto Rico ed ex membro dell’organismo che si occupava dei processi sommari di La Cabaña, mi ha recentemente raccontato: «Il Che presiedeva la Comisión Depuradora. Il processo rispettava la legge della Sierra: c’era una corte militare e secondo le indicazioni del Che dovevamo agire con convinzione, perché erano tutti assassini e procedere in modo rivoluzionario significava essere implacabili. Il mio diretto superiore era Miguel Duque Estrada. Il mio compito consisteva nel sistemare le pratiche prima che fossero inviate al ministero. Le esecuzioni si svolgevano dal lunedì al venerdì, in piena notte, appena dopo l’emissione della sentenza e l’automatica conferma in appello. Nella notte più orribile che io ricordi, furono uccisi sette uomini».
Javier Arzuaga, il cappellano basco che recava conforto ai condannati a morte e fu testimone di decine di esecuzioni, mi ha recentemente incontrato nella sua casa di Porto Rico. Ex prete cattolico, oggi settantacinquenne, si definisce «più vicino a Leonardo Boff e alla teologia della Liberazione che all’ex cardinale Ratzinger» e ricorda: «C’erano circa ottocento prigionieri in uno spazio capace di contenerne non più di trecento: ex militari e poliziotti dell’era di Batista, giornalisti, qualche uomo d’affari e alcuni commercianti. Il tribunale rivoluzionario era formato da uomini delle milizie. Che Guevara presiedeva la Corte d’appello. Non ha mai annullato una sentenza. Visitavo il braccio della morte nella Galera de la muerte. Si sparse la voce che ipnotizzavo i prigionieri perché molti restavano calmi, così il Che diede l’ordine che fossi presente alle esecuzioni. Dopo la mia partenza in maggio furono eseguite ancora molte sentenze, io vidi 55 esecuzioni. C’era un americano, Herman Marks, evidentemente un ex carcerato. Lo chiamavamo "il macellaio" perché provava piacere a dare l’ordine di sparare. Difesi davanti al Che la causa di numerosi prigionieri. Ricordo in particolare il caso di un ragazzo, Ariel Lima. Il Che non si smosse. Né cambiò idea Fidel, al quale feci visita. Rimasi così sconvolto che alla fine del mese di maggio 1959 mi fu ordinato di lasciare la parrocchia di Casa Blanca, dove si trovava La Cabaña e dove avevo celebrato la messa per tre anni. Andai a curarmi in Messico. Il giorno che partii, il Che mi disse che ciascuno di noi aveva tentato di portare l’altro dalla propria parte, invano. Le sue ultime parole furono: "Quando ci toglieremo le maschere, ci ritroveremo nemici"».
Quante persone furono uccise a La Cabaña? Pedro Corzo propone una stima di duecento vittime, simile a quella calcolata da Armando Lago, un professore di economia in pensione che ha compilato un elenco di 179 nomi. Vilasuso sostiene che tra gennaio e la fine di giugno del 1959 (quando il Che lasciò l’incarico a La Cabaña) furono uccise quattrocento persone. Cablogrammi segreti inviati dall’ambasciata americana dell’Avana al Dipartimento di Stato a Washington parlavano di «oltre cinquecento». Secondo Jorge Castañeda, uno dei biografi di Guevara, padre Iñaki de Aspiazú, cattolico basco vicino alla rivoluzione, avrebbe parlato di settecento vittime. Félix Rodríguez, un agente della Cia che fece parte della squadra incaricata di dare la caccia a Guevara in Bolivia, mi ha raccontato di aver affrontato con il Che la questione delle «circa duemila» esecuzioni delle quali era responsabile. «Disse che erano tutti agenti della Cia e non fornì il numero», ricorda Rodríguez. Le cifre più elevate possono tenere conto di esecuzioni che ebbero luogo nei mesi successivi al termine dell’incarico del Che a La Cabaña.
E questo ci riporta a Carlos Santana, al suo abbigliamento chic in stile Che. In una lettera aperta pubblicata su El Nuevo Herald il 31 marzo di quest’anno, il grande musicista jazz Paquito D’Rivera ha criticato Santana per l’abbigliamento esibito agli Oscar e ha aggiunto: «Uno dei cubani di La Cabaña era mio cugino Bebo, rinchiuso perché cristiano. Mi racconta con amarezza infinita di quando dalla sua cella, all’alba, sentiva la voce dei tanti che, senza processo, morivano gridando "Lunga vita a Cristo re!"».
postato da: elektraNatchios alle ore 12:15 | link | commenti (24) | commenti (24) (popup) |
categorie: politica, considerazioni sociali
lunedì, 11 luglio 2005

IRAN - LEGGI ISLAMICHE PIU' SEVERE

 Dopo l'elezione a presidente ultraconsevatore Ahmadinejad (ANSA) - TEHERAN, 11 LUG

Misure piu' severe nel controllo dell'abbigliamento islamico delle donne e dei comportamenti "portatori di corruzione morale". L'avvertimento, a due settimane dall'elezione dell'ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad, e' stato lanciato dal generale Chamani, vice capo della polizia di Teheran. Chamani ha spiegato la preparazione di un piano per affrontare i simboli della corruzione. Obiettivi soprattutto le donne e la diffusione di canzoni ritenute non consone all'Islam.

In effetti stavo giusto pensando anch'io che le donne iraniane ultimemente godessero di un pò troppa libertà! Ma sì, bisogna dare un giro di vite a queste pervertite lussuriose: che non pensino mai che un giorno o l'altro potrebbero condurre un'esistenza civile e veder riconosciuta la loro dignità di esseri umani!!

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TOPI D'APPARTAMENTO

E purtroppo non si parla di quei graziosi animaletti dal dolce musetto.
Sabato sera. Poche centinaia di metri da casa mia, nella ridente cittadina dove vivo in provincia di Bologna.
Mia cugina esce un’oretta con un suo amico a prendere un gelato. Lascia aperta l’imposta della porta finestra che da sul terrazzo. Primo piano.

Rientra verso le 23,00. Apre il portone sulla strada e comincia a salire le scale. Sente dei rumori. Gira la chiave nella serratura della sua porta. Ancora rumori. Si fa più guardinga ma immediatamente si accorge che il catenaccio è sprangato. Dall’interno.
Scende le scale di corsa, chiama suo padre e il 112.

Inaspettatamente non le passano la caserma del paese, che sta a 300m da casa sua, ma quella di un paese che dista 13 km. Le dicono che stanno rispondendo ad una chiamata in un altro paese, a 25 km di distanza da loro. Poi sarà il turno di mia cugina. Si fanno lasciare il suo numero di cellulare. Nel frattempo lei chiama la caserma del paese. Le rispondono che non si possono muovere perché non è loro compito rispondere alle chiamate di pronto intervento.

A mezzanotte la chiama la pattuglia di prima. “sta bene signorina? Noi tarderemo ancora non meno di mezz’ora!!”
“Bene, tanto li ho già arrestati io!!” “Sul serio??” “No, però in tutto questo tempo ce l’avrei fatta benissimo!!”.
Morale della favola, il “pronto intervento” arriva dopo 1 ora e 10 minuti.
Poi si informa: anche se avesse chiamato il 113 le avrebbero passato la medesima pattuglia!

Mi sfugge qualcosa ed è tutto nella norma, oppure anche voi pensate che ci sia qualcosa che non va?
E se io chiamo perché qualcuno sta tentando di entrarmi in casa? Anche se mi danno la precedenza, da quella distanza non arrivano prima di 15 minuti, sulle nostre strade dissestate!!

Che senso ha tutto questo quando abbiamo una decina di carabinieri nel nostro paese, da noi stipendiati?
Che ci stanno a fare lì? Solo le multe?
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