Approfittando dell'ospitalità di Elektra, pubblico anche qui il post che ho già messo sia a "casa mia", sia su "Parbleu!", sia altrove... Faccio un copincolla di ciò che Jinzo e Grendel hanno già detto molto meglio di quanto potrei fare io. Sottoscrivo ogni parola. Per chiarezza, in corsivo le parole di Grendel, in corsivo blu le parole di Jinzo. Ho dovuto tagliare qualcosa per brevità, e me ne scuso con gli autori. I post originali sono comunque linkati ai rispettivi nomi. I link originali dei post vengono mantenuti (se splinder avrà pietà...). Se qualcuno dei lettori è interessato all’iniziativa e condivide i principi qui sommariamente esposti, può approfondire seguendo i link ed eventualmente contattare i bloggers che preferisce, così come direttamente Arturo Diaconale all’indirizzo diaconale@opinione.it.
“Per iniziativa di Jinzo di Italian Libertarians parte il progetto di formare, o meglio riunificare un futuro partito dei liberali. Un iniziativa "dal basso" come si suole dire, alla quale le adesioni si moltiplicano di giorno in giorno.
Un punto di raccolta per i "felici pochi" rimasti, sperando che molti altri, che magari pensavano ai liberali come a qualcosa del passato, come i livellatori o i girondini (due esempi a caso), possano scoprirsi fautori della ragione e del "Common Sense", come ho visto piacevolmente succedere in quest'ultimo anno o poco meno.
Tra le adesioni, quella di Arturo Diaconale. Nel suo articolo dedicato all'iniziativa pone tre condizioni, condivisibilissime, alle quali aggiungo una personale preghiera.
Anche se il buon senso, la ragione e finanche la storia sono dalla parte dei liberali, cedere alla tentazione di comportarsi da "áristos" della politica, rinchiudersi in un palazzo dorato, è per me la scorciatoia per il suicidio. Ed è già successo.
Molto abbiamo da imparare dall'esperienza dei "Founding Fathers", e dalle pessime prove di chi qui in Europa ha voluto imitarli, una delle più importanti è la capacità di ridurre la distanza tra il pensiero e l'azione. Mentre la vecchia e saggia Europa ha speso secoli ad elucubrare e rimuginare teorie su teorie, chi non ha esitato a metterle alla prova - anche sulla propria pelle - sono stati proprio i coloni del Nuovo Mondo (forse questo è uno o IL motivo della spocchia con cui la "Old Europe" tratta le questioni provenienti da oltreatlantico: viste le conseguenze, da due secoli a questa parte, la spocchia è quantomeno ingiustificata, se non proprio inopportuna).
Inoltre, chi scrive ritiene che la politica in questo paese abbia bisogno di un urgente aggiornamento, a cominciare dal linguaggio.
E' necessario imparare a parlare daccapo. Imparare a parlare da cittadini, non da Arconti, e non certo di sesso degli angeli. Mi permetto di suggerire il recupero del linguaggio dei "Founding Fathers". Anche se a prima vista può apparire démodé, il fatto che per due secoli sia rimasto soffocato da cannonate, invocazioni e imprecazioni di ogni ordine e grado che noi "vecchi saggi" abbiamo partorito, può farlo risultare come un assoluta novità. Una piacevole novità, visto che quello è il linguaggio che parla di diritti, di libertà, di proprietà, di felicità. (Grendel)
“Per noi liberali è inutile pensare di poter incidere sulla scena politica senza avere un minimo di organizzazione, con la presunzione di rimanere frammentati e distinti nella miriade di particolarismi di ogni singolo gruppo. Il mancato rispetto degli accordi da parte di Forza Italia ha escluso sistematicamente le nostre liste da gran parte delle regioni italiane. L'idea di poter continuare a fare politica, aggrappati ad un partito come Forza Italia, che ha scelto la conservazione, soffocando la persino la propria corrente liberale, in favore di quella socialista e democristiana, risulta a tutti gli effetti impraticabile. Serpeggia di conseguenza, nei forum, nei blog e persino sulla strada, un'idea ambiziosa nata dalla base liberale: fondare un partito politico che riunisca la diaspora liberale in un solo soggetto politico, collocato ovviamente nel centro destra, che abbia la capacità di ottenere una buona rappresentanza e visibilità politica, e che possa continuare a lottare in questo modo contro la sinistra più anticapitalista ed antioccidentale d'Europa, senza allo stesso tempo dover rendere conto ai conservatori del proprio operato. Un partito autonomo, ma schierato sempre dalla parte dell'Occidente, e cioè con la destra. C'è chi, tra i militanti liberali, definisce questo progetto come la "Rosa nel Pugno di destra". Ed in effetti la definizione calza a pennello: la nostra proposta è esattamente speculare a quella di Pannella-Boselli. La Rosa nel Pugno è il partito dell'unità Socialista nel centro sinistra. Noi vogliamo il partito dell'unità liberale nel centro destra. Ci proponiamo dunque di chiamare a raccolta il Partito Liberale Italiano, i Salmoni Radicali, i Repubblicani di La Malfa, i Liberali per l'Italia Destra Liberale e tutti coloro che si ispirano a principi autenticamente liberali Marco Taradash è già a conoscenza della proposta. Sembra che sia già in cantiere un accordo tra liberali, salmoni e repubblicani per le amministrative di maggio, ma tutti quanti vorremmo che esso si concretizzasse nella nascita di un nuovo soggetto politico a lungo termine”. (Jinzo)
Ieri sera ne L'infedele, si confrontavano alcuni giornalisti ed opinionisti di varie provenienze, sulla questione delle vignette.
Ne ho visto solo l'ultima parte, di ritorno da una dura serata in palestra.
Mi ha particolarmente colpito la frase del presidente dell'associazione culturale islamica di Milano, di cui, mi scuso,ma non ricordo il nome.
Si stava discutendo dei diversi concetti di libertà di espressione e degli eventuali limiti che questa dovesse avere per non sfociare in offese gratuite.
Nel momento in cui Lerner gli ha chiesto cosa ne pensasse dei due giornalisti incarcerati in Giordania per aver pubblicato le famose vignette su Maometto, lui ha risposto "Ecco, appunto, vedete?Nei paesi mussulmani lo stato ha il potere di intervenire in questo tipo di situazioni e si risolve tutto in fretta: se una cosa non si può pubblicare perchè è offensiva per la religione ed un giornalista la pubblica comunque, lo stato lo arresta."
Lerner era esterrefatto: aveva posto la domanda con evidente tono provocatorio per evidenziare l'incongruenza delle opinioni dell'intervenuto, che sosteneva che in realtà nessuno chiedeva che si sopprimesse la libertà di stampa. Si sarebbe aspettato un minimo di condanna per la sorte subita dai due giornalisti giordani, un tentativo di giustificare o spiegare la cosa, e non certo una così smaccata approvazione della repressione, come se fosse una cosa perfettamente normale: tu parli contro la religione e lo stato ti arresta!
E' esploso con un "evviva la Danimarca allora, me lo lasci dire!".
E l'altro rideva...."è che voi non capite la psicologia dei mussulmani ed i mussulmani non capiscono come mai lo stato danese non abbia subito risolto la cosa!"
Eh si, mi sa che davvero non ancora non capiamo la psicologia dei mussulmani!!
di
Jay Nordlinger

A volte ho la sensazione che Che Guevara sia ritratto su più oggetti di Topolino. Parlo di magliette e simili (ma soprattutto magliette). Un artista ha avuto l’ispirazione di combinarli: ha messo le orecchie di Topolino su Guevara. Non deve piacere molto ai fans di quest’ultimo. Il mondo è inondato da accessori del Che ed è un’offesa continua alla verità, alla ragione e alla giustizia (un bel trio). I cubani-americani rimangono sconcertati da questo fenomeno, come altre persone dotate di un po’ di decenza e di consapevolezza. Una reazione contro la glorificazione del Che esiste, ma è minima se paragonata al fenomeno stesso. Un cambiamento di tendenza contro Che Guevara richiederebbe una rieducazione massiccia, cosa che il vecchio comunista apprezzerebbe molto.
[...]
La nebbia del tempo e la forza dell’anti-anti-comunismo hanno oscurato il vero Che. Chi era costui? Era un rivoluzionario argentino che prestò servizio come tagliagole principale di Castro. Era particolarmente infame perché dirigeva le esecuzioni sommarie a La Cabãna, la fortezza che fungeva da mattatoio. Gli piaceva amministrare il colpo di grazia, il proiettile nella nuca. E amava far sfilare la gente sotto El Paredón, il muro rosso di sangue contro il quale furono uccisi tanti innocenti. Inoltre, istituì il sistema di campi di lavoro dove innumerevoli cittadini – dissidenti, democratici, artisti, omosessuali – soffrivano e morivano. Stiamo parlando del gulag cubano. Uno scrittore cubano-americano, Humberto Fontova, descrisse Guevara come «una combinazione fra Beria e Himmler». Antony Daniels, in vena di spiritosaggini, disse: «La differenza fra [Guevara] e Pol Pot era che [il primo] non aveva studiato a Parigi».
E tuttavia, uno degli uomini più illiberali viene esaltato dai “liberal”. Come Paul Berman recentemente ha riassunto su Slate: «Il Che era un nemico della libertà ed è stato eretto a simbolo della libertà. Ha contribuito ad istituire un sistema sociale ingiusto a Cuba ed è stato eretto a simbolo della giustizia sociale. Si è schierato per le antiche rigidità del pensiero latino-americano in versione marxista-leninista ed è stato esaltato come un libero pensatore e un ribelle».
Quelli che conoscono, o ai quali importa, la verità su Guevara, hanno spesso la tentazione di abbandonarsi alla disperazione. Il sito web del nostro National Institutes of Health lo descrive in questo modo: un «fisico e combattente per la libertà argentino». Guevara era un fisico più o meno come Ceausescu era un chimico. Per quanto riguarda il combattente per la libertà... ancora una volta la tentazione di abbandonarsi alla disperazione è forte.
[...]
Una delle più nauseabonde recenti celebrazioni di Guevara ha avuto la forma di un film, The Motorcycle Diaries, il cui produttore esecutivo era Robert Redford (uno dei più devoti apologeti di Castro che esistono a Hollywood, non so se mi spiego). Al Sundance Festival il film è stato accolto da una standing ovation. Per commentare questa disgustosa agiografia e distorsione, mi limiterò a citare Tony Daniels: «È come se qualcuno facesse un film su Adolf Hitler descrivendolo come un vegetariano che amava gli animali e voleva combattere la disoccupazione. Sarebbe tutto vero, ma piuttosto poco pertinente». Sta per uscire un altro film su Guevara, diretto da Steven Soderbergh. Possiamo immaginarne il contenuto dal materiale pubblicitario: «Combattè per il popolo». Ma certo. Di recente un importante cubano-americano ha pranzato con un attore famoso e potente per discutere la possibilità di fare un film, che raccontasse la verità su Guevara. L’attore era completamente d’accordo, ma diceva che semplicemente non si poteva fare: Hollywood non lo avrebbe permesso.
[...]
Se si chiede ai cubani-americani cosa provano, parleranno subito di Hitler e dei nazisti: nessuno venderebbe o sfoggerebbe gadget che esaltano quelle bestie; che differenza c’è, proporzioni a parte? Otto Reich è un cubano-americano che ha molto riflettuto su questa cosa. È stato funzionario con gli ultimi tre presidenti repubblicani ed è fuggito da Cuba; suo padre era fuggito dall’Austria nazista. Reich dice: «La prima reazione [nel vedere un capo d’abbigliamento con il Che] è la repulsione. Il secondo è più simile alla pietà, perché quelle persone non hanno la più pallida idea di quello che fanno».
Articolo completo.
Link interessante.
«La sua faccia è su magliette e accendini, ma molti fan ignorano i misfatti del guerrigliero. Che ordinò centinaia di esecuzioni...»
Dopo aver fatto così tanto (o così poco?) per distruggere il capitalismo, Che Guevara è diventato un marchio che è la quintessenza del capitalismo stesso. La sua immagine compare su tazze, berretti, accendini, portachiavi, portafogli, bandane, top, blue jeans, confezioni di tè alle erbe e, naturalmente, sulle immancabili t-shirt con la fotografia di Alberto Korda che ritrae l’idolo socialista con il berretto nei primi anni della rivoluzione, l’immagine che a 38 anni dalla morte del Che è ancora il simbolo dello chic rivoluzionario (o capitalista?). Sean O’Hagan ha scritto sull’ Observer che esiste persino un detersivo in polvere con lo slogan «Il Che lava più bianco».
Dei prodotti del Che si occupano grandi corporation e piccole ditte,come la Burlington Coat Factory, nel cui spot tv figura un ragazzo in abiti da lavoro e t-shirt del Che, o la Flamingo’s Boutique di Union City, nel New Jersey: il proprietario ha arginato la furia degli esuli cubani locali ricorrendo all’imbattibile argomento del «vendo qualsiasi cosa la gente desideri comprare». Neanche i rivoluzionari sono immuni dalla frenesia del mercato: The Che Store, il negozio del Che su Internet, soddisferà «tutte le vostre esigenze rivoluzionarie»; il giornalista italiano Gianni Minà ha venduto a Robert Redford i diritti del film ispirato al diario del viaggio che il giovane Che fece in Sudamerica nel 1952, in cambio del permesso di accedere al set, sul quale ha potuto girare un proprio documentario. Per non parlare di Alberto Granado, che accompagnò il Che in quel viaggio e oggi fa da consulente ai documentaristi mentre - come riporta El País - tra vino della Rioja e magret d’anatra si lamenta da Madrid di non poter riscuotere i diritti per colpa dell’embargo americano contro Cuba. (...)
La trasformazione di Che Guevara in un marchio capitalista non è nuova ma il marchio ha conosciuto un revival piuttosto significativo, poiché giunge anni dopo il collasso politico e ideologico di tutto ciò che Guevara ha rappresentato. Una ripresa insperata, dovuta principalmente a I diari della motocicletta , il film prodotto da Robert Redford e diretto da Walter Salles. (...) Per l’esattezza, questo ritorno di fiamma è iniziato nel 1997, quando, nel trentesimo anniversario della morte del Che, sono comparse nelle librerie cinque biografie e sono stati rinvenuti i resti di Guevara nei pressi di una pista dell’aeroporto boliviano di Vallegrande, in seguito alle rivelazioni fatte, con particolare tempismo, da un generale boliviano in pensione. L’anniversario ha richiamato l’attenzione sulla celebre fotografia di Freddy Alborta al cadavere del Che steso su un tavolo, romantico come il Cristo dipinto da Mantegna.
È normale che i fedeli di un culto non conoscano la verità storica sul loro eroe. Non sorprende che gli attuali seguaci di Che Guevara, i suoi nuovi ammiratori postcomunisti, si autoingannino aggrappandosi a un mito - eccezion fatta per i giovani argentini, che hanno coniato l’espressione: «Tengo una remera del Che y no sé por qué», «Ho una maglietta del Che e non so perché».
Pensiamo a quanti hanno recentemente brandito o invocato il volto del Che come icona di giustizia e di ribellione agli abusi del potere. In Libano, i dimostranti che protestavano contro la Siria sulla tomba del primo ministro Rafiq Hariri portavano l’immagine del Che. Thierry Henry, un calciatore francese che gioca nell’Arsenal, in Inghilterra, si è presentato a un megagalà organizzato dalla Fifa, la federazione calcistica mondiale, indossando una t-shirt del Che. In una recente recensione del film La terra dei morti viventi di George A. Romero pubblicata sul New York Times , Manohla Dargis ha scritto: «Lo choc maggiore è la trasformazione di un nero zombie in un retto leader rivoluzionario». E ha aggiunto: «Immagino che il Che viva, dopo tutto».
In un viaggio in Venezuela, nel corso del quale ha incontrato Hugo Chávez, il campione di calcio Maradona ha esibito un emblematico tatuaggio del Che sul braccio destro. A Stavropol, nel sud della Russia, i manifestanti che denunciavano le concessioni statali a pagamento hanno raggiunto la piazza centrale sventolando bandiere del Che. A San Francisco, la leggendaria City Light Books, tempio della letteratura beat, offre ai visitatori una sezione dedicata all’America latina, nella quale metà degli scaffali regge libri sul Che. José Luis Montoya, un poliziotto messicano che combatte il traffico di droga a Mexicali, indossa un fazzoletto del Che perché lo fa sentire più forte. Nel campo profughi di Dheisheh, in Cisgiordania, i manifesti del Che decorano una parete che celebra l’Intifada. (...) Espressioni del nuovo culto del Che sono ovunque. Ancora una volta, il mito attrae persone la cui causa rappresenta l’esatto opposto di ciò che era Guevara. (...)
Nel gennaio 1957, come indicato nel diario della Sierra Maestra, Guevara sparò a Eutimio Guerra, sospettato di aver rivelato delle informazioni: «Ho risolto il problema con una calibro 32, nella parte destra del cervello... Ciò che apparteneva a lui ora era mio». Più tardi sparò ad Aristidio, un contadino che aveva espresso il desiderio di ritirarsi appena i ribelli si fossero spostati. E mentre si domandava se la vittima «fosse colpevole al punto da meritare la morte», non esitava a ordinare l’uccisione di Echevarría, fratello di un compagno, colpevole di crimini imprecisati: «Doveva pagare». In altre occasioni simulava le esecuzioni senza portarle a termine, una forma di tortura psicologica. Luis Guardia e Pedro Corzo, due ricercatori della Florida che stanno lavorando a un documentario su Guevara, hanno ottenuto la testimonianza di Jaime Costa Vázquez, un ex comandante dell’esercito rivoluzionario noto come «El Catalán», secondo il quale molte delle esecuzioni attribuite a Ramiro Valdés, futuro ministro degli Interni cubano, sono invece direttamente imputabili a Guevara, perché sulle montagne Valdés ne eseguiva gli ordini. «In caso di dubbio, uccidete», era la direttiva del Che.
Alla vigilia della vittoria, secondo Costa, il Che avrebbe ordinato l’esecuzione di una ventina di persone a Santa Clara, al centro di Cuba. Alcuni furono uccisi in un hotel, come ha scritto Marcelo Fernándes-Zayas, altro ex rivoluzionario poi diventato giornalista, precisando che tra gli uccisi, i casquitos, c’erano contadini che si erano uniti all’esercito solo per non restare disoccupati. Eppure, la «macchina che uccideva a sangue freddo» non mostrò appieno la sua ferocia finché, immediatamente dopo il crollo del regime di Batista, Castro gli affidò la direzione del carcere di La Cabaña. (Castro aveva un talento innato nello scegliere le persone adatte a proteggere la rivoluzione dall’infezione). San Carlos de La Cabaña era una fortezza di pietra utilizzata nel XVIII secolo per difendere l’Avana dai pirati inglesi; più tardi divenne una caserma militare. Guevara ne fu direttore nella prima metà del 1959, in uno dei periodi più neri della rivoluzione. José Vilasuso, avvocato e professore alla Universidad Interamericana de Bayamón di Porto Rico ed ex membro dell’organismo che si occupava dei processi sommari di La Cabaña, mi ha recentemente raccontato: «Il Che presiedeva la Comisión Depuradora. Il processo rispettava la legge della Sierra: c’era una corte militare e secondo le indicazioni del Che dovevamo agire con convinzione, perché erano tutti assassini e procedere in modo rivoluzionario significava essere implacabili. Il mio diretto superiore era Miguel Duque Estrada. Il mio compito consisteva nel sistemare le pratiche prima che fossero inviate al ministero. Le esecuzioni si svolgevano dal lunedì al venerdì, in piena notte, appena dopo l’emissione della sentenza e l’automatica conferma in appello. Nella notte più orribile che io ricordi, furono uccisi sette uomini».
Javier Arzuaga, il cappellano basco che recava conforto ai condannati a morte e fu testimone di decine di esecuzioni, mi ha recentemente incontrato nella sua casa di Porto Rico. Ex prete cattolico, oggi settantacinquenne, si definisce «più vicino a Leonardo Boff e alla teologia della Liberazione che all’ex cardinale Ratzinger» e ricorda: «C’erano circa ottocento prigionieri in uno spazio capace di contenerne non più di trecento: ex militari e poliziotti dell’era di Batista, giornalisti, qualche uomo d’affari e alcuni commercianti. Il tribunale rivoluzionario era formato da uomini delle milizie. Che Guevara presiedeva la Corte d’appello. Non ha mai annullato una sentenza. Visitavo il braccio della morte nella Galera de la muerte. Si sparse la voce che ipnotizzavo i prigionieri perché molti restavano calmi, così il Che diede l’ordine che fossi presente alle esecuzioni. Dopo la mia partenza in maggio furono eseguite ancora molte sentenze, io vidi 55 esecuzioni. C’era un americano, Herman Marks, evidentemente un ex carcerato. Lo chiamavamo "il macellaio" perché provava piacere a dare l’ordine di sparare. Difesi davanti al Che la causa di numerosi prigionieri. Ricordo in particolare il caso di un ragazzo, Ariel Lima. Il Che non si smosse. Né cambiò idea Fidel, al quale feci visita. Rimasi così sconvolto che alla fine del mese di maggio 1959 mi fu ordinato di lasciare la parrocchia di Casa Blanca, dove si trovava La Cabaña e dove avevo celebrato la messa per tre anni. Andai a curarmi in Messico. Il giorno che partii, il Che mi disse che ciascuno di noi aveva tentato di portare l’altro dalla propria parte, invano. Le sue ultime parole furono: "Quando ci toglieremo le maschere, ci ritroveremo nemici"».
Quante persone furono uccise a La Cabaña? Pedro Corzo propone una stima di duecento vittime, simile a quella calcolata da Armando Lago, un professore di economia in pensione che ha compilato un elenco di 179 nomi. Vilasuso sostiene che tra gennaio e la fine di giugno del 1959 (quando il Che lasciò l’incarico a La Cabaña) furono uccise quattrocento persone. Cablogrammi segreti inviati dall’ambasciata americana dell’Avana al Dipartimento di Stato a Washington parlavano di «oltre cinquecento». Secondo Jorge Castañeda, uno dei biografi di Guevara, padre Iñaki de Aspiazú, cattolico basco vicino alla rivoluzione, avrebbe parlato di settecento vittime. Félix Rodríguez, un agente della Cia che fece parte della squadra incaricata di dare la caccia a Guevara in Bolivia, mi ha raccontato di aver affrontato con il Che la questione delle «circa duemila» esecuzioni delle quali era responsabile. «Disse che erano tutti agenti della Cia e non fornì il numero», ricorda Rodríguez. Le cifre più elevate possono tenere conto di esecuzioni che ebbero luogo nei mesi successivi al termine dell’incarico del Che a La Cabaña.
E questo ci riporta a Carlos Santana, al suo abbigliamento chic in stile Che. In una lettera aperta pubblicata su El Nuevo Herald il 31 marzo di quest’anno, il grande musicista jazz Paquito D’Rivera ha criticato Santana per l’abbigliamento esibito agli Oscar e ha aggiunto: «Uno dei cubani di La Cabaña era mio cugino Bebo, rinchiuso perché cristiano. Mi racconta con amarezza infinita di quando dalla sua cella, all’alba, sentiva la voce dei tanti che, senza processo, morivano gridando "Lunga vita a Cristo re!"».
Lo rivela il rapporto di Nessuno Tocchi Caino, presentato oggi a Roma. La pena di morte in trend discendente nel mondo
Sono 58 i paesi del mondo in cui e' ancora in vigore la pena di morte ma, nel 2004, solo 25 di questi hanno effettuato esecuzioni. E' quanto emerge dall'annuale rapporto di 'Nessuno Tocchi Caino' su ''La Pena di Morte nel mondo'', presentato oggi a Roma, che evidenzia come, anche quest'anno, si confermi ''la positiva evoluzione verso l'abolizione della pena di morte in atto nel mondo da almeno dieci anni''.
I paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica, rileva il rapporto, sono oggi 138. Di questi, i paesi totalmente abolizionisti sono 86; 11 quelli che l'hanno abolita per crimini ordinari. Un paese, la Russia, in quanto membro del Consiglio d'Europa e' impegnato ad abolirla e, nel frattempo, attua una moratoria delle esecuzioni mentre cinque sono i paesi che hanno introdotto una moratoria delle esecuzioni. E ancora, sono 35 i paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono cioe' sentenze capitali da oltre dieci anni. Dall'inizio del 2004, tre paesi sono passati dal fronte dei mantenitori a quello a vario titolo abolizionista, mentre altri 5 hanno fatto ulteriori passi in avanti all'interno dello stesso fronte abolizionista.
La tendenza a un abbandono della pena di morte trova conferma, oltre che nella diminuzione dei paesi in cui e' ancora in vigore (58 contro i 61 del 2003 e i 64 del 2002), anche nel fatto che diminuisce ogni anno anche il numero dei paesi in cui viene effettivamente praticata.
Nel 2004, infatti, solo 25 di questi paesi hanno effettuato esecuzioni, a fronte dei 30 del 2003 e dei 34 nel 2002. Di conseguenza, e' diminuito anche il numero delle esecuzioni nel mondo. Nel 2004 sono state almeno 5.476, a fronte delle almeno 5.607 del 2003. Ancora una volta, l'Asia si e' confermata essere il continente dove si pratica la quasi totalita' della pena di morte nel mondo.
Se contiamo che in Cina vi sono state almeno 5.000 esecuzioni, il dato complessivo del 2004 corrisponde ad almeno 5.403 esecuzioni, in diminuzione comunque rispetto al 2003, quando ne erano state registrate almeno 5.482.
Le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per le 59 persone giustiziate negli Stati Uniti, l'unico paese del continente che ha compiuto esecuzioni nel 2004, anche se in calo rispetto agli anni precedenti (erano state 65 nel 2003 e 71 nel 2002).
In Africa la pena di morte e' caduta ormai in disuso: nel 2004 e' stata eseguita in soli tre paesi, Egitto, Sudan e Somalia, dove sono state registrate almeno 9 esecuzioni contro le 56 del 2003 e le 63 del 2002 effettuate in tutto il continente. In Europa vi e' una sola macchia che deturpa l'immagine di continente totalmente libero dalla pena di morte: la Bielorussia che nel 2004 ha effettuato almeno 5 esecuzioni.
Dei 58 paesi in cui la pena di morte e' ancora in vigore, denuncia il Rapporto di 'Nessuno Tocchi Caino', 44 sono paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In questi paesi, nel 2004, sono state compiute almeno 5.411 esecuzioni, pari al 98,8% del totale mondiale. Un paese solo, la Cina, ne ha effettuate almeno 5.000, circa il 91,3% del totale mondiale; l'Iran ne ha effettuate almeno 197; il Vietnam almeno 82; nella Corea del Nord, il numero e' imprecisato, ma siamo nell'ordine di parecchie decine; l'Arabia Saudita almeno 38; il Pakistan almeno 29; il Bangladesh almeno 12; il Kuwait almeno 9; l'Egitto almeno 6.
Molti di questi paesi, rileva pero' il rapporto, non forniscono statistiche ufficiali sulla pratica della pena di morte, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto piu' alto. A ben vedere, in questi paesi, la soluzione definitiva del problema, piu' che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l'affermazione dello stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle liberta' civili. Sul terribile 'podio' dei primi tre paesi che nel 2004 hanno compiuto piu' esecuzioni nel mondo figurano tre paesi autoritari: la Cina, l'Iran e il Vietnam.
«Il terrorismo islamico bussa anche alle porte dell'Italia». Così il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, annuncia alla Camera il pacchetto di misure antiterrorismo dopo gli attentati londinesi. Una trentina di minuti in cui Pisanu (con tono pacato e rassicurante che riscuoterà il plauso anche dell'Unione) dopo una sorta di riepilogo dello status delle indagini sugli attentati a Londra e una descrizione ad ampio raggio della situazione di rilanciato allarme in cui si trova e l’Italia, elenca le linee di “difesa” che il governo attuerà nei prossimi mesi: parola d'ordine controllo e prevenzione. E ancora una volta il bersaglio principale del ministro è l’immigrazione clandestina e quindi rilancio dei cpt e dei controlli sugli immigrati. Ma non solo. Il ministro annuncia anche la possibilità di rendere più facili le intercettazioni telefoniche anche se da ubn lato rassicura: il governo non varerà nessuna legge speciale e non ci sarà limitazione delle libertà dei cittadini.
Due i leit motiv del discorso di Pisanu: se il ministro dell’interno da un lato ribadisce che la conoscenza del pericolo non basta a fermare il terrorismo dall’altro sottolinea l’importanza della prevenzione, ossia di maggiori controlli sul terrotorio. E, per Pisanu, Londra insegna: «Se i londinesi hanno saputo reagire all'attacco terroristico con ammirevole compostezza e dignità – dice il ministro- lo hanno fatto non solo grazie alle loro tradizionali virtù civiche, ma anche alla scrupolosa preparazione a un evento che sapevano essere altamente probabile». E nei dettagli: «particolarmente utile per la gestione della crisi è risultata l'istituzione in tempo reale di un centro per i mezzi di comunicazione di massa e di un centro di assistenza per le famiglie delle persone coinvolte nel disastro».
Passando dall’Inghilterra all’Italia Pisanu ribadisce quindi per prima cosa che anche nel nostro paese il pericolo attentati c’è ( «Dopo gli attentati di Casablanca e Istanbul - ha detto il ministro - dissi che il terrorismo islamista aveva bussato alle porte dell'Europa.Oggi, dopo le stragi di Madrid e Londra debbo dire che quel terrorismo bussa anche alle porte dell'Italia») anche se, aggiunge il ministro, «l'esistenza di questa minaccia contro il nostro Paese non è avallata da elementi precisi e inconfutabili» e quindi più che certa è «possibile».
Di fronte a questa possibilità di pericolo dunque, dice Pisanu, la prima cosa da fare è realizzare la «massima unità di indirizzo e di iniziativa nelle mani del ministro dell'Interno, in quanto unica Autorità nazionale di pubblica sicurezza». Quindi iniziare una politica di “prevenzione” a tutto raggio che da un lato significa potenziare al massimo il controllo sul territorio (sugli oltre 13mila obiettivi sensibili, alle frontiere, nei porti) ma dall'altro significa anche rilanciare il «contrasto all’immigrazione clandestina soprattutto dal Corno d’Africa dove il radicalismo islamico si è insediato e fa molti proseliti». Pisanu quindi approfitta dell’audizione alla Camera per ribadire (nonostante il vasto movimento che vuole la chiusura dei Cpt) i Centri di Permanenza temporanea non solo non si toccano ma anzi ne servono molti di più: «Debbo ancora una volta sottolineare il ruolo dei centri di permanenza temporanea: strutture previste dalla legge e rese indispensabili dagli accordi di Schengen - dice Pisanu che annuncia - il Governo intende potenziare, diffondere e migliorare, dando ascolto e quanti vogliono risolvere il problema dell'immigrazione clandestina con intelligenza e umanità, ma anche con scrupolosa attenzione alla sicurezza e all'ordine pubblico».
Anche in passaggi successivi del suo discorso Pisanu ribadisce che dopo le bombe di Londra, «particolare attenzione viene riservata agli ambienti dove può prendere consistenza la minaccia terroristica» il che per il ministro dell'Interno significa: «monitoraggio stretto dei cittadini extracomunitari già interessati da inchieste giudiziarie». Diretta conseguenza: più espulsioni («queste attività potranno determinare provvedimenti di espulsione dal territorio nazionale per motivi di ordine pubblico o sicurezza dello stato», dice il ministro).
Fatta la premessa Pisanu elenca quindi alcune delle misure che dovrebbero rendere più sicuro il nostro paese. Per prima cosa il ministro pensa a rassicurare le opposizioni: «Nessuno pensa a leggi speciali: non possiamo limitare libertà cittadini per combattere chi attacca la libertà», dice Pisanu rispedendo al mittente la richiesta fatta nei giorni scorsi da alcuni esponenti del centrodestra nonchè la proposta i Claderoli di decretare lo "stato di guerra": «La nostra attenzione si è rivolta ad alcune limitate modifiche o mirati adattamenti degli istituti in vigore, che lascerebbero intatto il quadro delle garanzie previste dal nostro ordinamento giuridico e costituzionale». Segue l'elenco delle misure proposte che da un lato estendono all'antiterrorismo misure già utilizzate per combattere la mafia (come i cosiddetti «colloqui investigativi» con detenuti allo scopo di ottenere informazioni utili per la prevenzione e repressione di certi reati) dall'altro prevedono il potenziamento delle attuali norme antiterrorismo (come l'arresto obbligatorio «in flagranza a tutti i delitti commessi per finalità di terrorismo internazionale, ivi compreso il possesso di documenti falsi» e il potenziamento del famigerato 270 bis «in modo da poter colpire anche organizzazioni terroristiche internazionali che, come le singole maglie della rete di Al Qaeda, presentano strutturate labili, gerarchie incerte e programmi sfuggenti»).
Ma non solo. «Sarebbe di grande giovamento alle attività investigative l'introduzione della nominatività delle schede di telefonia mobile, così da realizzare un archivio degli utilizzatori, come si fece nel 1978 per l'utilizzo delle abitazioni immobili» dice Pisanu che poi chiede l'adozione delle «intercettazioni preventive» e «l'accesso alle banche dati dei gestori telefonici» per facilitare il lavoro in Italia e all'Estero dei servizi segreti.
Poi Pisanu sottolinea: «Naturalmente lascio queste proposte alla valutazione sovrana del Parlamento». Applausi. Anche dall'Unione che, prima di giudicare i contenuti e gli efeftti pratici delle misure antiterrorismo proposte da Pisanu, pensa a valutare positivamente il tono e l'atteggiamento dialogante che il ministro ha avuto in Aula. «La lotta al terrosimo si fa con misure serie, mirate nella direzione espressa da Pisanu - dice il leader dell'Unione Romano Prodi - nei prossimi giorni esamineremo con aperture ed interesse le misure che proporrà. Naturalmente, non c'è da ripeterlo dopo il discorso del ministro, che i diritti dei cittadini debbono essere rispettati e sono convinto che anche le misure applicative li rispetteranno».
LE MISURE:
FERMO DI POLIZIA: Unificare la disciplina per le procedure di identificazione personale, portando a 24 ore anche il fermo di polizia giudiziaria che attualmente è di 12 ore
ARRESTO OBBLIGATORIO: estendere l'arresto obbligatorio in flagranza a tutti i delitti commessi per finalità di terrorismo internazionale, ivi compreso il possesso di documenti falsi, da intendersi quale indizio del pericolo di fuga
RIVEDERE REATO ASSOCIATIVO: sagomare meglio l'articolo 270 bis del codice penale (Associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico), in modo da poter colpire anche organizzazioni terroristiche internazionali che, come le singole maglie della rete di Al Qaeda, presentano strutturate labili, gerarchie incerte e programmi sfuggenti.
COLLOQUI INVESTIGATIVI: Estendere alle attività antiterrorismo istituti quali i colloqui investigativi, oggi espressamente previsti solo per la criminalità organizzata; ed il permesso di soggiorno per motivi investigativi, che attualmente è consentito solo per la tratta di esseri umani
FALSO IN DOCUMENTI: equiparare il falso in documenti di identificazione a quello su atti destinati alla pubblica fede«; estendere alle false dichiarazioni fatte alla polizia giudiziaria le più gravi sanzioni oggi previste per le dichiarazioni davanti al Giudice
SCHEDE TELEFONICHE: sarebbe di grande giovamento alle attività investigative l'introduzione della nominatività delle schede di telefonia mobile, così da realizzare un archivio degli utilizzatori, come si fece nel 1978 per l'utilizzo delle abitazioni.
FONTE: L'UNITA', così nessuno dice che leggo solo giornali di destra!
mi soffermei sulla parola : APPLAUSI, che il giornalista dell'Unità deve aver scritto con un nodo in gola! che finalmente la sinistra abbia capito il concetto di "far quadrato di fronte alle minacce", smettendola di utilizzarle per far campagna politica?